JOGGING nel parco di Capodimonte, dove il fogliame nasconde crepe nel terreno e il limite di un dirupo. Pericolo invisibile, nascosto nel verde. Per questo morì cinque anni fa, Antonio Barbatelli, un ventenne in scarpe da ginnastica dopo una giornata trascorsa sui libri. E per questo ieri è arrivata la sentenza che condanna per quella morte omicidio colposo i vertici di allora del parco pubblico amministrata dal ministero dei Beni culturali e Turismo. Condannati a quattro mesi di reclusione l'ex sovrintendente Stefano Gizzi, l'ex direttore del Real Bosco di Capodimonte Guido Gullo e il responsabile del servizio di prevenzione Renzo Biagioni. Perché, è stato accertato dalle indagini coordinate dal pm Federico Somma è stata proprio la mancanza di manutenzione a uccidere Barbatelli. La sera del 24 agosto 2011 Barbatelli raggiunse facendo jogging un sentiero che costeggiava il vallone Amendola. Un tratto pericoloso, ma senza alcuna segnalazione di pericolo. Per terra fogliame ed edera che nascondevano del tutto le crepe e il bordo del baratro di oltre dieci metri. Barbatelli probabilmente non vide nulla, non si accorse di nulla. Semplicemente, correndo, mise un piede in fallo, le foglie nascondevano il vuoto e lui precipitò. Ferito gravemente e di fatto condannato a morte perché nel luogo isolato nessuno poteva accorgersi di lui, mentre la famiglia lo cercava disperatamente anche aprendo una pagina su Facebook. Ma nulla. Barbatelli venne ritrovato soltanto due giorni dopo dalla polizia a cavallo. Nel 2013 la svolta. I vertici amministrativi del bosco di Capodimnote vennero rinviati a giudizio, perché le perizie dimostrarono la pericolosità del terreno e, d'altra parte, l'ottima salute del giovane sportivo che non beveva né si drogava. Parte civile nel processo gli avvocati Alfredo Sorge, Gennaro Ferrara e Dario Bosco. Ieri la condanna emessa dal giudice monocratico della sesta sezione penale del tribunale di Napoli, Federico Somma, con il risarcimento dei danni. «Questa sentenza, commenta l'avvocato di parte civile Sorge contribuisce in modo importante a poter dire che la morte di Antonio Barbatelli non fu inutile, in quanto stabilisce che occorre riporre sempre la massima attenzione alla cura della sicurezza dei luoghi accessibili all'utenza pubblica e fruibili dai cittadini. Interdire l'area ed effettuare tempestivamente lavori di messa in sicurezza sono doveri civili primari di chi gestisce la cosa pubblica, e non valgono giustificazioni come la mancanza di fondi, in quanto la salute dei cittadini è bene primario del patto sociale ». (i.de.a.)