Una monofora di San Giacomo La Marina e una trifora della chiesa di San Nicolò salvate e collocate nell'atrio del Salinas Fare il conto delle chiese e dei palazzi nobiliari rasi al suolo, per motivi vari e nel corso di diversi secoli, è poco agevole. Ancor più difficile risulta la ricerca di prove e riscontri sulla loro, talvolta lunga e complessa, esistenza. Chi si è incaricato di distruggerli, è come se si fosse preoccupato di non lasciare traccia alcuna. Emuli di Attila hanno cancellato pure la memoria o il semplice ricordo. Fortunatamente, come spesso capita, non tutto si può controllare e gestire ed ecco che qualcosa, di forte significato simbolico, sopravvive alla furia devastatrice. Opere d'arte, altari, statue di marmo o di legno, suppellettili, oggettistica d'oro o d'argento, sarcofagi, libri, mosaici, pavimenti, perfino campane e porte monumentali, sono stati prima salvati, poi adeguatamente custoditi e infine destinati a incrementare l'arredo e il patrimonio di nuove chiese o di palazzi pubblici o privati. Raramente , però, è stato pianificato il salvataggio, senza manomissioni, di parti consistenti di strutture edilizie e ordini architettonici a testimonianza del valore e dell'importanza, storico-artistica, dell'immobile abbattuto. Per due distrutte chiese cittadine , la cui fondazione risaliva al periodo medievale (XIV secolo), il provvido intervento di qualche accorto amante dell'arte ne ha impedito la loro totale cancellazione. Non tutti i materiali sono finiti in discarica ed oggi la memoria dei due edifici sacri non è del tutto svanita: San Giacomo La Marina, a struttura basilicale, gravemente danneggiata dalle cannonate borboniche del 1860 fu demolita, fra non poche proteste, quasi trent'anni dopo; San Nicolò alla Kalsa, con un architettura molto simile alla chiesa di Sant'Agostino, cadde in seguito alle scosse del tremendo terremoto del 5 marzo 1823 e le autorità ecclesiastiche, sensibili alle pressioni "demolitorie" di un nobile, non incoraggiarono alcuna iniziativa di possibile recupero. Alcuni arredi sacri appartenuti alle due già parrocchie palermitane, hanno trovato posto all'interno di una decina di chiese sparse fra la città e la provincia: l'altare maggiore un tempo vanto della comunità di San Giacomo, ad esempio, lo si può tutt'ora ammirare nella chiesa del Sepolcro di Bagheria. Tuttavia fra i materiali salvati, eccellono due eleganti finestre . O meglio una monofora e una trifora. La prima, a sesto acuto, era il "pezzo forte" del campanile di San Giacomo La Marina, il più alto rispetto a quello delle altre due vicine sopravvissute chiese ( San Sebastiano e Santa Maria La Nuova ) ricadenti nell'area a sud dell'odierna via Giovanni Meli. L'altra, trifora, probabilmente, era collocata nella facciata, lato mare, della chiesa di San Nicolò la quale occupava l'area dell'attuale piazzetta Santo Spirito attigua a Porta Felice. La finestra architravata, risalente al XV secolo, si caratterizzava (ancora è così) per la presenza di due colonnine di marmo bianco. Si dice, ma non possiamo giurarlo, che la finestra illuminasse la cappella principale della chiesa dove erano sepolti alcuni membri della nobile e potente famiglia dei Chiaramonte. Le due finestre, pregevolissime e ben conservate, sono state collocate, in modo da essere ben viste, nel muro del primo piano dell'ampio cortile con fontana del Museo archeologico regionale "Antonio Salinas" di Palermo. Una appropriata valorizzazione all'interno di un sito carico di opere d'arte e di storia, che attenua la persistente amarezza dovuta all'insensata decisione ottocentesca di privare la città di due rinomati ed antichi edifici di culto . Sorge spontanea una domanda: quelle finestre, rappresentano o no, un monito alle scellerate intemperanze dei vandali di ieri e di oggi?