L'Italia è rimasta a bocca asciutta nell'ultima tornata di candidature alla World Heritage List, il Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco. Non accadeva da 16 anni. Fra le 29 candidature da vagliare il 10 luglio a Istanbul, alla 40esima assemblea Unesco, non ce n'è una italiana. E così la Cina, che schiera due candidature e nella lista attuale insegue l'Italia (noi 51 siti riconosciuti, loro 48) rischia di avvicinarci. Franco Bernabé, neo presidente della Commissione italiana, ha sottolineato che l'organizzazione Onu per la cultura è favorevole a un «riequilibrio fra le nazioni». E così sul Bosforo si sfideranno sei siti europei dalle tombe medievali di Stecci nei Balcani alla catena dei Puy nel parco del vulcani d'Alvernia e alcuni transnazionali come le architetture di Frank Lloyd Wright e di Le Corbusier. I siti culturali europei proposti si trovano in Croazia, Grecia, Spagna e Gran Bretagna, mentre tra quelli naturali domina l'Asia con candidature di Iran, Kazakhstan, Turkmenistan, Uzbekistan e Thailandia. Annichilite le aspirazioni di Orvieto, Lucca, Parma, Bergamo, dell'Isola della Maddalena e della Cappella degli Scrovegni. La linea Unesco è chiara: meno città, più siti ambientali. L'Italia conta di affidare le proprie chances, l'anno prossimo, all'arte dei pizzaioli napoletani per la lista dei beni immateriali. Con tutto il rispetto per la pizza, la candidatura del Garda (più volte proposta da queste colonne) sembra più qualificante per il Belpaese. Quasi una priorità nazionale. Se non ora, quando?