Stefano Bruni, archeologo, docente all'Università di Ferrara, oltre ad aver partecipato a numerosi gruppi di lavoro e comitati scientifici, è molto attivo nel promuovere e divulgare la "disciplina archeologica", come lui stesso la chiama. Professore, negli ultimi tempi sono stati scoperti diversi tesori "archeologici". Come mai questa stagione d'oro dell'archeologia? «Le scoperte archeologiche hanno una certa componente di fortuna ma va detto però che il caso è stato aiutato da una politica culturale che ormai ha preso piede: quella di stare sempre molto attenti alla tutela, vissuta, oggi, sempre meno come impedimento al progresso. La maggiore sensibilità del pubblico e del cittadino verso le problematiche della conservazione sta dando i suoi frutti». Che ne pensa degli archeologi fai da te? «È un problema serio. Per esempio, io mi posso dilettare in neurochirurgia infantile ma nessuno mi loderebbe se mettessi le mani sulla testa di un ragazzino per operarlo. Invece, rispetto a queste materie come l'archeologia, la storia dell'arte, la scrittura e la pittura pare molto più semplice provare ad esercitarle che non cercare la quadratura del cerchio. Questo atteggiamento nasce da una concezione sbagliata. In archeologia uno scavo, e la relativa scoperta, finisce solo con la pubblicazione scientifica dei risultati. Uno dei grossi problemi dell'archeologia è il mancato studio e la mancata pubblicazione dei dati. Per assurdo, si potrebbe quasi dire che uno scavo non pubblicato sarebbe stato meglio che non fosse stato fatto perché, comunque, esso è la distruzione di un contesto. E capita spesso che il non professionista provochi dei danni, recuperi l'oggetto ma non il contesto. Oppure, abbiamo il fenomeno opposto: quelli che, scherzando, si chiamano archeologi continui, ovvero dei talebani della stratigrafia e del metodo archeologico che, portati all'eccesso, promuovono solo un tecnicismo fine a se stesso». In questo periodo sembra che ci sia tutto un mondo sotto i nostri piedi... «C'è la storia sotto i nostri piedi e, essendo la terra così antropizzata e con una storia millenaria, è ovvio che, se gli prestiamo attenzione, si avverte questo mondo sotterraneo. Evidentemente la nostra civiltà è (o dovrebbe essere) più sensibile a tutto questo». Esistono ancora tesori da scoprire? «Non poniamo limiti alla Provvidenza. Ci sono imprese di scavo con potenzialità infinite, per esempio a Pompei ci sono ancora interi quartieri da scavare. Un altro caso, più vicino a noi, è Marzabotto: c'è la Marzabotto dove vive la gente e, accanto, a una distanza di trecento metri, c'è una città etrusca. Stanno facendo interventi di scavo e negli anni hanno fatto scoperte sensazionali. Marzabotto è un nodo fondamentale per capire e conoscere non solo la civiltà etrusca ma anche il mondo antico. È chiaro però che non si tratta di recuperare mirabilie, quello che è importante è il contesto storico in cui i singoli oggetti, meravigliosi agli occhi del pubblico, si inseriscono. L'archeologia non è una caccia al tesoro; è una disciplina storica con delle regole molto ferree. Che cosa ne pensa della recente scoperta della tomba di Aristotele? «Bisogna aspettare la validità scientifica. In Grecia, per esempio, qualche anno fa, a Anphipolis, pareva di aver scoperto la tomba di Alessandro Magno ma gli studi hanno dimostrato successivamente che si trattava della sepoltura di un suo generale, non per questo, però, la scoperta era meno importante. Due anni fa in Turchia hanno trovato il luogo della prima sepoltura di San Giacomo, comprovato dai fatti e dalle iscrizioni: al di là del singolo ritrovamento, l'emozione che solleva il nome di uno degli apostoli è enorme. Ma dobbiamo essere consapevoli che la maggior parte delle volte ciò che viene trovato è l'archeologia degli anonimi». Un quindicenne grazie a google earth e alle stelle ha scoperto un'antica città Maya. Quanto la tecnologia sta aiutando l'archeologia? «Molto, specialmente negli ultimi decenni. L'affinamento, da un lato, dei metodi sul campo e, dall'altro, l'aiuto dato da discipline diverse, provenienti dalle scienze dure, hanno fatto fare passi da gigante nel tentativo costante della ricostruzione del contesto storico». Qual è il tesoro che ogni archeologo sogna di scoprire? «Ognuno cerca di scoprire l'oggetto prezioso per cui ha studiato e quella serie di dati che gli mancano per arrivare alla ricostruzione complessiva. Può essere anche un singolo coccio, del resto, però, penso al sobbalzo di quell'archeologo tedesco che, nel secolo scorso, scavando a Olimpia, in un locale che era un ambiente artigianale, ha trovato il vaso con l'iscrizione di Fidia». A Roma durante i lavori per la Metro C Amba Aradam è venuta alla luce una caserma romana di età adrianea. Come intervenire, oggi, in Italia in materia di scavi archeologici? «In realtà il governo della neonata Italia unita si pose il problema e decisero tre interventi di scavo: al nord, al centro e al sud. Ma una politica del genere, oggi, non porterebbe ai risultati sperati proprio perché esiste la componente del caso. Certo, è d'altronde vero che ci sono alcuni punti focali: per esempio, scavare a Roma sul Palatino o nell'aerea del Foro Romano è comunque un intervento di grande significato, qualsiasi reperto trovato sappiamo che appartiene al cuore della materia, della storia antica. Clementina Panella, archeologo di fama internazionale, scavando a Roma, nell'area vicino all'Arco di Costantino, rinvenne, qualche anno fa, le insegne regali di Massenzio, nascoste durante la battaglia di Ponte Milvio, erano lì da 1700 anni. La scoperta ha fatto poco scalpore sulla stampa ma era la prima volta che venivano recuperati gli scettri di un imperatore romano. Penso che in archeologia, così come in altre discipline, non nasca niente dal nulla ma tutto è frutto di un lavoro di anni».