UNA scelta, questa, coerente con la visione di sviluppo di cui dicevamo sopra: ma anche il settore culturale e le sue istituzioni appaiono adesso "in movimento". Lo testimonia la scelta di protagonisti di rilievo internazionale di questo mondo di consentire (meglio: garantire) il libero accesso ai dati collegati al proprio patrimonio. Succede, per esempio, alla British Library, allo Smithsonian Museum ed è anche il motivo per cui Google dedica molto del suo impegno alla digitalizzazione di contenuti culturali; accade da tempo anche con Open Arte ai musei della Fondazione Torino Musei, mentre è di poche settimane fa la mozione approvata dal Consiglio superiore per i Beni culturali e paesaggistici del Mibact in favore della possibilità per i ricercatori di fare ricorso gratuitamente allo smartphone o alla fotocamera per riprodurre manoscritti e volumi antichi conservati in archivi e biblioteche. Una presa di posizione significativa, non solo perché proviene dall'organo consultivo del Ministero, ma anche perché afferma con chiarezza la strumentalità dei mezzi digitali ai fini della promozione della "libera ricerca storica, in piena coerenza con il dettato costituzionale" e alla valorizzazione del patrimonio documentario conservato in archivi e biblioteche non più percepiti e vissuti come luoghi di sola custodia del sapere, ma come propulsori della sua diffusione. Solo le istituzioni culturali possono realizzare pienamente la loro missione: rendere la cultura e l'espressione creativa pienamente accessibile nel senso più ampio del termine per radicare fino in fondo nella collettività il senso della condivisione del patrimonio e il valore della trasmissione, libera e universale, della conoscenza.