La chiusura di lungarno Torrigiani può anche essere un'occasione. Può far ri-scoprire un angolo unico di Oltrano, quasi tutto in pendenza, con le sue storie e leggende, i giardini, i palazzi nobiliari, le chiese. Un'occasione per una passeggiata se il traffico non renderà via de' Bardi invivibile diversa e affascinante in un perimetro che, da piazza Santa Maria Sopr'Arno a piazza Poggi, conserva le radici di Firenze. Magari con una guida di eccezione come Cristina Acini, storica dell'arte, ex soprintendente al polo museale fiorentino. «La difficoltà della zona, le sue salite, sono state la sua salvezza: non erano pratiche per le carrozze e neppure per le auto e quindi, tranne che per i lungarni, quel pezzo di città non è stato toccato dalle trasformazioni del Poggi spiega Acidini È una zona che ha mantenuto la sua identità, in cui si può passeggiare immersi in tante suggestioni. E potremmo iniziare da piazza Santa Maria Sopr'Arno e Costa San Giorgio. Le "coste" sono uno dei suoi tratti distintivi e la parola, che deriva da costola, indica sostegno, collegamento tra una parte e l'altra». Nella piazzetta alla fine di lungarno Torrigiani, all'angolo con vicolo del Canneto c'è la scalinata su cui tanti turisti si riposano per andare da Ponte Vecchio a Forte Belvedere, prima di passare sotto l'arco e iniziare l'ascensione. «È una zona di fascino e pregio con un grande punto interrogativo per l'Oltrarno e la città: l'ex scuola di sanità militare che era un grande complesso conventuale, di cui oggi rimane solo la chiesa di San Giorgio alla Costa che il cardinale Betori ha concesso agli ortodossi rumeni cui il culto di quel santo è particolarmente caro e la cui splendida Madonna di Giotto è al museo diocesano di arte sacra di Santo Stefano al Ponte. È un punto interrogativo che merita attenzione e investimenti prosegue la storica dell'arte Qualche anno fa ne chiedemmo l'acquisizione da parte dello Stato per portarvi soprintendenze, deposti, spazi per la scuola dell'Opificio, ma non se ne fece di nulla e oggi è sul libero mercato». Poco più avanti la casa di Galileo e Villa Bardini, tornata a nuova vita e gestita dalla Fondazione parchi monumentali Bardini e Peyron. «Ci vado spesso, sia come fiorentina, sia per gli appuntamenti culturali, i concerti. Ed ho contribuito nel 1996 a farla acquisire, assieme a Palazzo Mozzi e alcune case di via San Niccolò, come richiedeva l'eredità Bardini. Lì ci sono esposizioni temporanee e le collezioni permanenti di Annigoni e Capucci. Ha una sola pecca, è difficile da raggiungere: non ci sono mezzi pubblici e si deve salire a piedi, cosa non semplice per alcuni». Acidini ha un sogno: «Sarebbe bellissimo fare una "via verde" che da Bardini, attraverso Boboli e il Forte, collegasse la zona con Porta Romana e il viale dei Colli, continuando con giardino delle Rose e quello dell'Iris... Con un po' di servizi di accoglienza potrebbe essere una camminata di un giorno. Magari partendo dalla scala mobile da Palazzo Vegni, in via San Niccolò, ipotizzata a suo tempo da Eugenio Giani». Se non si va al Forte Belvedere, si può tornare indietro da Costa Scarpuccia a via de' Bardi, dove pochi metri racchiudono secoli. «C'è Palazzo Capponi, con la facciata austera e arcigna in bugnato quattrocentesca, così fiorentina, e la facciata posteriore sul lungarno, proprio davanti all'ormai famosa voragine, più arioso, quasi sorridente nel suo neoclassicismo; c'è la chiesa di Santa Lucia de' Magnoli; c'è il piccolo tabernacolo che ricorda il primo arrivo di San Francesco a Firenze nel 1211. C'è un luogo di culto per noi storici dell'arte, il muro delle Rovinate dove nel 1547 crollarono le case dei Nasi e i granduchi proibirono in futuro di costruire: e in quella casa era conservata la Madonna del Cardellino di Raffaello, commissionata dai Nasi al pittore per la devozione privata e che nel crollo andò in pezzi, diciassette pezzi. Ebbene furono rimessi assieme con chiodi in maniera così perfetta che il restauro dell'Opificio finito nel 2008 non lo toccò: si intervenne solo sulle integrazioni pittoriche fatte nel tempo». Acidini fa una pausa: «Ecco da una tragedia dell'arte è arrivato il riscatto, già nel '500, una dimostrazione della resilienza e della forza di Firenze, anche dopo le rovinose alluvioni». Rinascite come nel caso della chiesa di San Niccolò, che sulla facciata ricorda l'altezza delle acque dell'Arno nel 1557 e nel 1966: «È una chiesa antichissima, più volte rimaneggiata nella sagrestia c'è quasi un piccolo museo custodito con amore da don Gamucci che fu allagata dall'alluvione e poi lungamente restaurata». Lì accanto c'è il grandioso palazzo Serristori, piazza Demidoff con il monumento di Lorenzo Bartolini, ma anche il bar Necchi di Amici Miei, oggi chiuso: «Da quello spazio ottocentesco, estraneo al tessuto storico fitto e aspro della zona come anche quello vicino che ospita la chiesa Luterana, si può vedere uno dei pochi monumenti a Firenze influenzato dalla civiltà industriale cioè le statue dedicate ai Demidoff con l'elegante copertura in ferro e vetro di Giuseppe Martelli. Ma si può vedere anche una delle vittime di quella cultura, ponte alle Grazie in cui furono abbattute le case dei romitori sui pilastri e traslocata nell'oratorio di Santa Maria delle Grazie, con il caratteristico altare, l'immagine della Madonna che era ritenuta miracolosa». Poi c'è la torre di San Niccolò, via dei Bastioni «Che amo e dove Michelangelo realizzò appunto il muro per difendere la città nell'assedio del 1529» il museo Bardini, piazza dei Mozzi e la voragine. «E tanti negozi artistici, legati alla fiorentinità, come la gioielleria di Alessandro Dari, il laboratorio di profumi di Lorenzo Villoresi, le sedi di gallerie o case editrici, che ne fanno una vera rive gauche, non stravolta dal turismo». E il luogo del cuore di Cristina Acidini? «Difficile scegliere... Ma quando passo da piazza dei Mozzi confessa alzo sempre lo sguardo verso palazzo Mozzi e la sua torre: lì avrei potuto avere il mio ufficio se il progetto di portarvi la soprintendenza fosse riuscito».