È imbarazzante che la narrazione della cultura come nostro petrolio non trovi ancora la trama giusta per esprimersi in investimento e produrre ricchezza. Nonostante l'evidente maggiore attenzione del Governo che ha finalmente ribaltato l'assioma degli anni bui in cui si è sostenuto che «con la cultura non si mangia», nonostante il rilancio in atto di Pompei, della Reggia, dei grandi musei, nella capitale del Mezzogiorno continuiamo a non vedere la cultura trasformarsi in benessere e lavoro. Tornasse a nascere un re Mida trasformerebbe al suo tocco in oro l'inestimabile valore nascosto nelle pietre di questa città. Più realisticamente su queste colonne Eugenio Mazzarella ha lanciato invece un'altra idea: proponiamo Napoli porto franco della cultura, tax free per un decennio per favorire ogni tipo di iniziativa artistica e culturale. Perché a Napoli, se si vuole superare un gap differenziale col resto del paese, deve costare di meno produrre cultura. L'idea, forse neppure del tutto nuova, ha il pregio di rimettere al centro la questione cultura, almeno per darle nella frenesia pre-elettorale pari dignità della questione Bagnoli, Porto, rifiuti e quant'altro. Ma non solo: essa contiene la sottile vena di una provocazione, andando nella direzione di voler disintermediare la cultura dagli assessorati e dalla politica e rimetterla nelle mani dei privati. La sorte tuttavia ha voluto che in contemporanea al lancio di questa idea, il presidente degli industriali, nel suo discorso d'insediamento dichiarasse «imbarazzante» che dopo 150 anni di storia unitaria la questione meridionale non sia ancora risolta, aggiungendo che ogni politica rivendicazionista per il Mezzogiorno è destinata a fallire, perché al Sud non servono iniziative straordinarie, ma la capacità di sfruttare pienamente e con intelligenza i fondi strutturali europei come volano per far ripartire gli investimenti. Il messaggio va in direzione contraria ad ogni intervento che faccia di Napoli e del Mezzogiorno un organo da curare con una terapia speciale avulsa dalla cura dell'intero organismo. E Boccia, che è uomo e industriale del Sud, sa bene quanto sia stata degenerante la politica degli incentivi che per tanti decenni ha interpretato la lamentela assistenzialistica delle nostre classi dirigenti. Il punto è che anche uno sgravio fiscale speciale per Napoli rischia di ricalcare questa logica e, ancor peggio, di prestarsi a cavalcare l'onda demagogica di una pretesa «Napoli città autonoma». Si potrebbero invece valorizzare le nuove e inesplorate potenzialità offerte dall'era della rete per diffondere e sostenere, ad esempio, la pratica del crowdfunding con la quale un numero crescente di progetti grandi e piccoli, anche nel campo delle proposte artistiche e culturali, sta trovando incredibili e innovative vene di finanziamento. Ma per tentare nuove strade servono un clima e una mentalità qui ancora latitanti. Nell'ultimo incontro di CasaCorriere il sottosegretario ai Beni culturali Antimo Cesaro ha denunciato che l'Art Bonus (il credito d'imposta per favorire le erogazioni liberali a favore della cultura) è miseramente fallito in Campania: a fronte di oltre 70 milioni di euro raccolti in Italia, i privati in Campania hanno risposto con solo 400 mila euro. Davanti a questo quadro, parafrasando Kennedy, dovremmo allora chiederci cosa possono fare i privati per la cultura e non cosa può fare lo Stato per l'iniziativa culturale privata.