Bravo sindaco, sul cemento avanti così. Non ci sono le elezioni in vista, possiamo tranquillamente applaudire la giunta vigente, se e quando si muove per il bene di Bergamo e dei bergamaschi. Le linee guida, o orientamenti urbanistici, o come diavolo vogliamo chiamarli, esposti l'altro giorno per la modifica del Pgt (sostanzialmente il vecchio piano regolatore), queste linee sono decisamente incoraggianti. Diciamolo tranquillamente, senza che suoni come un encomio lecchino nei confronti di Gori. È molto importante, per noi e per i nostri discendenti, che finalmente si tiri il freno a mano e si provi a innestare la retro sul brutale e sfacciato sfruttamento del territorio. Dopo decenni di saccheggio demenziale, che hanno prodotto soltanto un'enorme bolla edilizia di locali residenziali e commerciali abbandonati a se stessi, la politica ha capito quanto sia urgente darsi una calmata. Mi sarebbe piaciuto che questa calmata arrivasse qualche anno prima, perché magari ci saremmo evitati l'orrore di quel centro direzionale servito sinora soltanto per cancellare lo sky-line di Città Alta, uno dei più belli al mondo. Ma ormai è andata, e non c'è verso di tornare indietro. Cercando invece di salvare il salvabile, idea santa è quella di ridurre le cubature sulle aree edificabili, fatta salva la tutela per gli ultimi terreni agricoli. Non mi stancherò mai di fare il tifo per queste decisioni: la nostra città, la nostra provincia, il nostro pianeta hanno disperato bisogno di rispetto e devozione da parte di noi umani. La nuova filosofia è sostenibile, nella pratica, anche ricorrendo alla strategia del restauro, in sostituzione del nuovo. Bergamo, come i nostri paesi, vanta ormai un enorme patrimonio di aree dismesse e di costruzioni recuperabili. È lì che l'urbanistica può concentrare i suoi sforzi per riequilibrare l'esigenza abitativa e commerciale con l'esigenza ambientale. Però dobbiamo stare attenti, con questa visione poetica. Si fa presto a dire «mettiamo a posto il vecchio, prima di costruire il nuovo». Nella realtà, questa strategia è molto complessa. Il motivo è elementare: il patrimonio vecchio è in gran parte privato. Cioè ogni singola casa ha un singolo padrone. L'ente pubblico può sforzarsi di incentivare e agevolare gli interventi, ma non può imporli. Oltre tutto, spesso queste costruzioni sono il punto terminale di intricate guerre ereditarie, con gli eredi che preferiscono mandare in rovina il patrimonio familiare, piuttosto che cercare un accordo. Ma non è una novità. È risaputo. Salvare il pianeta comporta lottare contro i nostri piccoli interessi, le nostre vedute piccine, i nostri insormontabili egoismi. Nemici tremendi.