Milano vive una stagione d'oro di manifestazioni culturali. Fa piacere vedere il pubblico (in larga parte giovani) accorrere ad ascoltare filosofi, scrittori, poeti. Sagrati di antiche basiliche e teatri storici restituiti alle conferenze rappresentano segno di vivacità e di recupero di attitudine organizzativa e mobilitazione su contenuti alti. La domanda è se gli appuntamenti che smuovono migliaia di persone possono diventare nuove agorà, cioè piazze in cui la gente conviene, ascolta, si ritrova su idee ed espressioni artistiche, senza però esaurire la presenza nel godimento estetico della serata o nello status symbol del «c'ero anch'io». La domanda è se le grandi iniziative costituiscono effettivamente i luoghi da cui il pubblico riceve stimoli e incitamento, ha modo di discutere, di stabilire nessi tra ciò che viene rappresentato sulla ribalta e ciò che accade nella vita di tutti i giorni, di intravedere un seguito, un'efficacia delle parole, un'incidenza. Occorre valutare se possa crescere la partecipazione alla determinazione di quanto avverrà poi nella comunità allargata, nella gestione quotidiana della convivenza, nel modo di abitare la città, di stabilire relazioni, di individuare strade praticabili nell'af-frontare i disagi singoli e collettivi, nel costruire le speranze o le infelicità di tutti e di ciascuno. In altre parole: di «fare politica», di preoccuparsi della «polis», di uno stare assieme secondo idealità condivise, equità garantita, regole trasparenti e rispettate. Il terreno da recuperare è tanto e il tempo a disposizione poco, ma l'impresa di fare in modo che la gente torni ad appropriarsi della politica non è impossibile. Anzi, il recupero di una cittadinanza attiva, di un voler esserci, di un voler contare, il rifiuto dello stato di semplice spettatore e destinatario acritico di decisioni prese altrove rappresentano manifestazioni di un sentire diffuso e sono tutte condizioni perché Milano possa andare avanti con una qualche prospettiva e il Paese riceva iniezioni di fiducia. Il «fare cultura» diviene responsabilità sempre più grande. Chi promuove iniziative e chi le frequenta sa che gli eventi hanno valore in quanto contribuiscono a disseminare sollecitazioni e che le spettacolarizzazioni sono effimere. Milano possiede una consolidata tradizione che è esempio e metafora. Nel dopoguerra è cresciuta ed ha assunto il ruolo di locomotiva in quanto gli appuntamenti di allora (mostre dell'Ente Manifestazioni Milanesi, Piccolo e altri teatri, conferenze, dibattiti) erano alimento quotidiano con ricadute e restituzioni in centri culturali, associazioni giovanili, circoli di partito. Se i tempi sono mutati, resta però l'esigenza di agorà attuali per una «polis» moderna.
Da spettatori a protagonisti
Milano sta vivendo una stagione di manifestazioni culturali. Il pubblico giovane si accorre ad ascoltare filosofi, scrittori e poeti in antiche basiliche e teatri storici. La domanda è se questi eventi possano diventare nuove agorà, cioè piazze in cui la gente si ritrova per discutere e ascoltare idee artistiche. La domanda è anche se le grandi iniziative possano stimolare la partecipazione alla politica e alla gestione quotidiana della convivenza. Il recupero di una cittadinanza attiva e il rifiuto dello stato di semplice spettatore sono condizioni per che Milano possa andare avanti con una prospettiva positiva.
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