Professore lei ci dice che il sottosuolo di Firenze è problematico? «Non facciamo di tutta un'erba un fascio. Il sottosuolo cambia da zona a zona. Il Lungarno tra il ponte alle Grazie e il Ponte Vecchio è molto particolare. Si è rotto un tubo dell'acqua ma è davvero il caso di dire che è piovuto sul bagnato». Perché? «Se ci si affaccia dalla spalletta dei Canottieri si vede un'arcata nella spalletta dalla parte opposta dell'Arno. E' quella attraverso cui esce il canale che percorre tutto il Lungarno Torrigiani a fianco dell'Arno e che è stato tombato dal ponte alle Grazie fino a quell'arcata. Non solo, quel Lungarno, fino alle abitazioni prima del Ponte Vecchio, è fatto esclusivamente di terra di riporto costeggiata da un muro di contenimento: prima c'era solo via dei Bardi. Più fragile di così». E' un tratto, dunque, che andrebbe monitorato? «E' un punto che costituisce un problema particolare. Se uno conosce la storia dell'evoluzione urbana vede che ci sono alcuni punti critici da tenere periodicamente sotto controllo. Il monitoraggio del sottosuolo è ormai ampiamente fattibile, per esempio con il georadar. Non è che improvvisamente si rompe qualcosa o sprofonda una strada. Il monitoraggio continuo non si può fare, ma ogni tot anni è possibile. Poi, però, magari ci sono altre urgenze e non si fa». Ma non è preoccupante che in una Firenze dal sottosuolo problematico si incrocino in contemporanea due progetti di sottoattraversamenti: la Tav e la tramvia per la quale il governo ha già stanziato il finanziamento dello studio di fattibilità? «Si tratta di due zone con caratteristiche specifiche. Non hanno niente a che vedere con il Lungano Torrigiani, ma sono anche molto diverse tra di loro. La tramvia va sotto terra in pieno centro, e la Tav sotto l'area dei viali. Cominciamo dal tram. «Si sa cosa c'è sotto terra. Per sei o otto metri. I resti archeolo- gici romani e medievali su cui si inseriscono le fondazioni dei palazzi esistenti. Dopodiché, fino a 18 o 20 metri, troviamo i terreni alluvionali dell'Arno dove non si può certo scavare. Solo dopo circa 20 metri iniziano le rocce» E lì, a 20 metri, si può scavare? E senza rischio? «Sì ma non certo a pelo a 20 metri. Bisognerà avere un po' di roccia sulla testa. Direi almeno a 25 metri, meglio a 30. Tecnicamente tutto si può fare. Se si usano determinati accorgimenti». Ma vale la pena inabissarsi così tanto per fare solo un tratto brevissimo? «Dipende da quello che si giudica sia il rapporto tra costi e benefici e se si vuole spendere quanto c'è da spendere. E' vero che gli strati archeologico e alluvionale andrebbe perforato dai pozzi per le fermate. Ma in quel caso si dovrebbero fare solo dove si giudica non si rechi troppo danno andando a intercettare reperti, fondazioni o terreni a rischio ». Ma su un percorso tramviario le fermate devono avere una loro logica di mobilità e razionalità, non possono essere mese dove il terreno comanda. «Bisognerebbe cercare di trovare un equilibrio: spendere e sapere come stanno le cose». Passiamo alla Tav. «Lì il discorso è diverso. Sotto l'area dei viali le rocce sono a 50 o 60 metri di profondità e l'Arno, che prima era più verso piazza San Marco e piazza della Libertà, ha lasciato ancor più terreni alluvionali. Sotto ai quali ci sono quelli lacustri fatti soprattutto di argilla. Il tunnel che in questo caso non può andare sotto a rocce così profonde passa a 20 metri di profondità nelle argille lacustri». E lì non c'è rischio? «No se si fanno le cose bene. Il progetto è fatto tenendo conto di queste caratteristiche. La nuova fresa è stata progettata e costruita apposta per passare questo tipo di terreni. E' stato studiato tutto al meglio e non c'è nessuna controindicazione a scavare, né nessun rischio per le abitazioni vicine o per la Fortezza. Ovviamente, come in tutte le cose, se tutto viene fatto per bene e si lavora con accortezza, seguendo i progetti e stando attenti a quello che si fa».