Senza il maestro e il calzolaio Vigevano è stata a lungo una città scomparsa, ignorata dai circuiti globali delle reti e dalla cultura degli eventi. Un vuoto immenso, come la spettacolare piazza, ha separato il mondo di ieri (con il suo passato autorevole e la stagione del boom ) da un presente anonimo e seriale. Era doveroso riempirlo questo vuoto, cercando nella storia, nella piazza e nel castello i luoghi della nuova narrazione, i simboli di una rinascita che non poteva che partire da un nome: Leonardo. È il genio di Vinci a illuminare il posto che ha riassunto meglio di tanti altri il miracolo italiano, con i romanzi feroci di Lucio Mastronardi, lo scrittore suicida che piaceva a Calvino e Vittorini e con il graffio di Giorgio Bocca, diventato un must del giornalismo d'autore:«Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Di abitanti cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una». Vigevano oggi non è più così, ma ha scontato e pagato l'immagine di mondo perduto, grezzo, venale, dove i contadini diventano ciabattini e poi industriali e dove la storia è come un'ombra, alle spalle. Attraverso Leonardo e il nuovo museo, la città si riprende un posto e un ruolo nell'Italia della bellezza, evocando gli Sforza, i Visconti e la trasformazione di un piccolo borgo diventato roccaforte militare in residenza signorile: la piazza, il palazzo, il Castello, altro non sono che il mito umanistico della città ideale, sulla quale Leonardo ha sperimentato la sua creatività, dalla rete dei navigli ai mulini ad acqua. Un filo interrotto, e opportunamente ripreso, che testimonia il bisogno di aggiornare certe mappe, per mostrare al mondo il nostro meglio. La piazza e il Castello di Vigevano lo sono.