Cultural Heritage: arti, patrimonio culturale e beni comuni. [Il testo è stato elaborato dal Panel composto da I.Bruno, C.Cieri Via, S.De Vincenzo, G.Di Nocera, D.Esposito, D.Manacorda, M.Modolo, M.Morra, C.Panella, F.Piperno e G.Solimine, presentato il 18 maggio 2016 al IV Dialogo sulla sostenibilità. Una cultura per la società dell'informazione, a cura di M.Morcellini, tenutosi alla Sapienza di Roma con il coordinamento di Mario Morcellini e alla presenza del Presidente del Senato, Pietro Grasso] Il tema del patrimonio culturale è tra quelli più ricchi di implicazioni circa le scelte che ne possano favorire la sostenibilità nel pianeta del terzo millennio. Il dibattito di questi due ultimi anni ha messo in luce la necessità che le politiche dei beni culturali non siano percepite come settoriali, dal momento che implicano scelte di politica economica, delle infrastrutture, della formazione, dell'ambiente, della comunicazione, che investono la qualità della vita in una democrazia avanzata. Ricorsi strumentali a singoli articoli della Costituzione hanno spesso portato confusione in un confronto che deve liberarsi dagli aspetti ideologici, applicando semmai un'ottica contestuale all'insieme dei dettati costituzionali, e in particolare al combinato disposto degli art. 9 (che lega la funzione di tutela del patrimonio alla sua promozione), 33 (che garantisce la libera ricerca) e 118, che recepisce le forme della sussidiarietà e quindi del coinvolgimento diretto della popolazione nella gestione di settori specifici della vita pubblica in funzione degli interessi generali. In questo senso si muove la Convenzione di Faro del 2005, che il Parlamento si appresta finalmente a ratificare, e che sancisce il passaggio dal "diritto del patrimonio culturale" al "diritto al patrimonio culturale" e quindi dal valore in sé dei beni culturali al valore che debbono poterne conseguire le persone. Il dibattito ha anche messo in luce quanto sia fondamentale per la conoscenza e la salvaguardia del patrimonio un allargamento sociale della sua percezione da parte di soggetti sinora esclusi da temi gestiti spesso in termini di spiccato elitarismo. L'Italia, il Lazio, Roma detengono un patrimonio culturale di eccezionale valore, al quale si aggiunge una grande ricchezza di agenzie che producono cultura. Questa rete di attività e iniziative permette di ampliare la partecipazione culturale e di far sì che questo patrimonio sia percepito come fattore di identità, ma anche come strumento di crescita con ricadute potenzialmente rilevanti sul benessere economico e sull'occupazione qualificata, con uno sguardo attento anche alle forme di gestione in atto nelle diverse realtà europee. La valorizzazione partecipata del patrimonio culturale contribuisce alla promozione di una società inclusiva, anche attraverso la creazione di nuove figure professionali nel panorama della conoscenza e della conservazione, tenendo conto dell'innovazione e dell'uso delle tecnologie. Poiché il patrimonio culturale non è solo eredità del passato, ma è esso stesso contemporaneo nel momento in cui viene riconosciuto come tale, occorre ampliarne la fruibilità, favorendo il contributo di associazioni o società che operano in questi territori, dando respiro alle iniziative di valorizzazione, anche spettacolare, dei beni culturali e alla capacità dei giovani di usare creativamente le tecnologie, che possono stimolare anche nuovi linguaggi e nuove espressioni artistiche. I nostri centri abitati e le nostre campagne sono costellati da paesaggi culturali, dove le emergenze monumentali e artistiche si legano a un tessuto configurato dagli usi stratificati del territorio. La loro conoscenza produce una maggiore consapevolezza del luogo in cui si vive. Azioni di recupero di beni archeologici, artistici e paesistici, che coinvolgano enti pubblici e privati e l'associazionismo locale, possono ridurre il numero dei comportamenti a rischio e favorire una maggiore integrazione tra centro e periferie urbane. Le politiche volte a favorire il libero accesso ai contesti culturali sono quindi il miglior antidoto contro una concezione proprietaria del sapere, antitetica alla vocazione sociale del patrimonio. In questo senso sembrano orientate le recenti scelte del Governo (si pensi al successo della gratuità dei musei nella prima domenica del mese). La libera riproduzione di beni culturali per finalità di ricerca, inaugurata dall'Art Bonus nel 2014, rappresenta una tappa significativa di questo percorso, che si spera possa essere sviluppato con una riflessione sulle licenze d'uso di immagini e dati detenuti dalla Pubblica amministrazione per favorirne le potenzialità culturali ed economiche, nell'ambito di attività di valorizzazione "dal basso", che sono gli strumenti sociali più efficaci per una conservazione a lungo termine della nostra eredità culturale. In questa ottica si pongono anche quei progetti che intendono rendere accessibile il patrimonio mirando al superamento di barriere, non solo fisiche ma anche cognitive e culturali, per aprirsi a pubblici diversi. Esperienze di collaborazione tra Università e Istituzioni culturali mostrano la sostenibilità di tali progetti, che si basano sul dialogo tra saperi, competenze e abilità diversi. In questa prospettiva è fondamentale il ruolo formativo della scuola e dell'università, che identifichi nei luoghi della memoria (dai musei ai monumenti, dai paesaggi agli archivi), i laboratori in cui insegnare la cultura del bene culturale. L'Università può misurarsi con la sfida della formazione dei futuri ricercatori, del personale della tutela e dei liberi professionisti di domani attraverso la costruzione di competenze specialistiche in grado di dialogare con l'insieme delle discipline del territorio, alla luce del carattere unitario del paesaggio che si è finalmente posto alla base della recente riforma del Mibact, che ha istituito le nuove soprintendenze unificate. Per una ricomposizione dei saperiappare prioritaria una revisione dei rapporti tra Miur e Mibact, che favorisca un processo di osmosi (si parla in proposito di veri e propri 'policlinici dei beni culturali') in un regime di convenzioni paritarie che faccia tesoro delle competenze presenti nelle diverse istituzioni. Oggi si intravedono le condizioni perché le università pubbliche e private, l'amministrazione dei beni culturali e l'insieme delle agenzie culturali di Roma e del Lazio possano imparare a lavorare insieme dando vita a quegli "Stati generali della cultura" intesi come forme permanenti di raccordo e progettazione comune, che sono indispensabile premessa per la sostenibilità della nostra eredità culturale.