La definizione proposta è «stato di calamità innaturale»: questa la situazione del teatro in Italia. Prospettiva che è stata provocatoriamente lanciata dal Festival di Santarcangelo (ovvero, da una delle piattaforme più di rilievo delle avanguardie) alla platea più vasta di attori, registi, addetti ai lavori del palcoscenico, ma anche agli spettatori. Culminata lunedì con una giornata di mobilitazione. Si, proprio come nelle manifestazioni operaie di un tempo, quelle con megafoni, striscioni e corteo, capeggiato, per l'occasione, dall'intrepido Paolo Rossi, protagonista anche del «comizio» (ne riportiamo accanto ampi stralci). Provocazione, ma fino a un certo punto: è di pochi giorni fa la notizia di ulteriore taglio previsto di 22,7 milioni di euro che andrebbe a rosicchiare il Fus nel corso del triennio 2005-2007. Tagli inaccettabili, dichiara il ministro per i Beni Culturali, Rocco Buttiglìone, «l'Italia deve capire che se vuole l'onore dei suoi Beni Culturali deve sobbarcarsi per forza anche l'onere». Pare nato ieri. Intanto, però, mancano solo i nomi ma sono già state tagliate la scorsa settimana dall'elenco delle sovvenzioni le compagnie di danza al di sotto dei trentamila euro. Cifra che presumibilmente sarà la linea Maginot anche per i gruppi teatrali, di cui si decide la sorte il prossimo 7 luglio. Un'erosione inarrestabile, un senso di precarietà permanente, di cui si sente l'odore anche a Santarcangelo, che quest'anno ha voluto puntare il suo stetoscopio proprio al petto degli emergenti, dei ricercatori incalliti, di quelli cioè che continuano a mettersi in gioco per sperimentare linguaggi o stimoli inediti. Insomma, proprio quelli che rischiano di sparire, inghiottiti dalla miopia politica o ignorati dai cartelloni degli Stabili, pressati dal botteghino. Piccoli paesaggi, come quello che Christiane Lòhr sintetizza nell'immagine di questa 35esima edizione di Santarcangelo: un intreccio di fili sottili, realizzato con aghi e crini di cavallo. Kleine Landschaft, paesaggino, figura fragile e precaria del teatro che sta in prima linea, nelle trincee dell'esplorazione. Che magari propone uno sguardo diverso sulle nostre identità, come il Fenoglio riletto da Damiano Grasselli del giovane Teatro Caverna di Bergamo. "L'amal 'ora" ingabbia tra pali e luci di piccola fiera le storie multiple di poveri diavoli, di famiglie contadine immiserite e perseguitate dalla sventura, la Malora fenogliana, appunto. O gli esperimenti di Cosmesi - Èva Geatti (attrice e danzatrice) e Nicola Toffolini (artista visivo) - premio Iceberg 2005 che in "Avvisaglie di un cedimento strutturale" offrono una scatola nuda, fasciata di luci bianche al neon e oggetti quotidiani, dove si aggira (o è intrappolata come un topolino da laboratorio) una ragazza sull'orlo di una crisi. «La scena è un coltello puntato alla gola della realtà» è il motto che si è data la direzione artistica di Santarcangelo, composta da Silvio Castiglioni (al suo ultimo anno) con la collaborazione di Andrea Nanni, Silvia Bottiroli e Massimo Eusebio. Speriamo che il grido non rimanga soffocato in gola. Le avvisaglie di un cedimento strutturale si avvertono anche qui, in un cambio di direzione contestatissimo e ancora oscuro (si dice che verrà comunicato a fine festival, accompagnato peraltro dalle proteste di quanti sono stati coinvolti a vario titolo nell'elaborazione di strategie artistiche e poi ne sono stati esclusi senza sapere i motivi). Anche questo un segno politico, brutto, dei tempi.