Le indagini su una cava della Procura di Pola Il testimone: «In Istria per creare fondi neri» RAKALJ (Croazia). Sull'altra sponda dell'Adriatico, nell'incantevole fiordo di Rakalj, svetta improvvisa una montagna tagliata a metà. Alta, squadrata, pietrosa, circondata solo da verdi colline e acque quiete. È la cava di Rakalj che qualcuno chiama «kameno cudoviste», mostro di pietra, per il fatto che precipita sul mare d'Istria del Quarnero come una slavina. Mostro e grande affare: seimila tonnellate di sasso estratto in cinque anni, 2.200 navi salpate dalle tre banchine, un giro d'affari di circa 30 milioni di euro. Ottanta chilometri più a nord, in una baietta della penisola istriana che si affaccia sul mare adriatico di Novigrad, altra montagna spaccata, altro «cudoviste», altro affare: l'Antenal. Centinaia di metri di terra senza pelle, una collina scarnificata della quale è rimasto solo l'osso bianco. Un po' come negli innaturali crateri di Kirmenjak e Kanfanar scavati fra i boschi dell'Istria centrale. La denuncia Ebbene, da Rakalj, Antenal, Kirmenjak e Kanfanar è arrivata buona parte della pietra usata per fare il Mose di Venezia, i cosiddetti sassi da affondamento delle varie dighe a mare. Cioè, è questo il volto sconosciuto della più costosa opera pubblica italiana di tutti i tempi: 5 miliardi e 494 milioni. Accade ora un fatto singolare. Nonostante i tempi della dinamite siano passati (Rakalj e Antenal sono chiuse) la «penisola di pietra» si sta ribellando a quello che considera un disastro ambientale ed economico. In particolare a Rakalj la gente del fiordo si è riunita in un'associazione che conta 280 iscritti e si è messa a denunciare i problemi del paesino che sorge sopra la cava: lavoro perso, turismo in ginocchio, case crepate. «Lo sfruttamento è stato illegale e il risanamento è impossibile hanno scritto il 23 marzo scorso in un documento consegnato al presidente della Croazia . Sono stati arrecati gravi danni alle persone e all'ambiente, è stata devastata l'intera zona, si rompono case, tombe... Chi verrà più a Rakalj nelle strutture danneggiate? Le persone che hanno investito sul turismo saranno portate sull'orlo della fame». L'associazione ha il volto giovane, paffuto e agitato del presidente Mateo Kreija, che gestisce un rimessaggio di barche proprio sopra la parete scavata. Kreija pesta i pugni sul tavolo della baracca dove lavora imprecando in un curioso italo triestino: « I ga rovinado tuto e i voe rovinare ancora, han fato i milioni gli italiani e anche i croati ...». Lui raccoglie la rabbia di gente come Rino Travicic, una vita al servizio del guardiano del faro: «Ho dovuto ristrutturare la casa completamente». O come Toni Castelnuovo: «Grossi problemi alle cisterne dell'acqua... quando facevano le esplosioni era un terremoto». La procura di Pola ha deciso di aprire un'indagine per capirne di più: «Sullo sfruttamento della pietra di Rakalj c'è un'inchiesta in corso conferma dal suo ufficio l'inflessibile procuratrice regionale istriana Mirjana Jalenic . Non possiamo dire chi sono gli indagati e tantomeno se sono italiani». A incrociare le spade anche il leader dei democratici istriani, l'ex deputato Damir Kajin, e l'ex governatore del Veneto Giancarlo Galan che con l'Istria ha un rapporto speciale, suggellato dall'acquisto nel Duemila di una casa a Rovigno, a pochi chilometri da Kirmenjak e Kanfanar. Tempo fa Kajin aveva messo nel mirino Galan caricando le parole con la polvere da sparo: «Lui e la sua équipe si sono presi oltre 50 milioni di euro solo grazie alla pietra...», aggiungendo che la concessione di Rakalj sarebbe il risultato di un suo magheggio. Nessuna prova però. «Tutte falsità», ha replicato l'ex ministro dagli arresti domiciliari che ha denunciato il politico croato per danni morali. Oggi Kajin è più prudente sui nomi ma denuncia il sistema: «Lo scriva: c'è una grande corruzione in Istria... migliaia di navi senza permesso sono partite per l'Italia». Le società Chi c'è, dunque, dietro questa cave? I nomi delle società sono croati: Maskun, Antenal doo, Kamen Pazin. Basta però qualche visura alla Camera di commercio di Fiume per capire che per le prime due tutto porta in Italia. La proprietà della Maskun che sfrutta la cava di Rakalj è diviso a metà fra la Portolevante di Venezia e la Dragi Kamen. «La Dragi Kamen è della famiglia romagnola Pesaresi, la Portolevante trading è mia, non ho rapporti con Galan né con altri politici taglia corto Bruno Marchiori, un mestrino ottantenne proprietario della Portolevante . Non ci sono state illegalità nelle navi partite da Rakalj». Ai bordi della cava incrociamo un energico signore che raccoglie solitario asparagi selvatici. È Rade Radulovic, il direttore della cava, tipo spiccio: «Per il Mose da qui saranno partite 70 navi, tutte regolari. L'associazione dice cose inesatte e quel Kajin è pazzo, ci fanno la guerra per interessi loro privati. Ma se tutto va bene al posto della cava verrà fatta una grande marina...». A Rakalj va così. Ad Antenal, dove pure esiste il progetto di una marina, la situazione è analoga. La cava risulta controllata dalla Divercourt limited di Londra che di britannico ha poco perché la sola persona autorizzata a rappresentare la società è tale Emilio Gamba, veneziano di Marcon, che peraltro è anche direttore della cava. Chi è il proprietario della Divercourt? «Questa è un'informazione riservata, non glielo posso dire», s'irrigidisce Gamba. Si sa però che fino al 2001 in questo mare croato lavorava la Jadrankamen di Stefano Gavioli, l'imprenditore veneto dello smaltimento dei rifiuti, già arrestato nel 2011 per evasione fiscale e violazione delle norme ambientali. Gavioli era proprietario di una cava. «L'ha data ai Boscolo, lì ci sono loro», rivela Carmelo Krebel, un po' il «re» croato della pietra, titolare della Kamin Pazen che sfrutta Kirmenjak e Kanfanar. I fondi neri Ricordiamo che la Nuova Coedmar dei Boscolo Contadin di Chioggia è finita coinvolta nello scandalo Mose con la Mantovani, colosso veneto delle costruzioni, e che entrambe compravano la pietra in Istria. La prima proprio da Antenal, la seconda da Krebel. Forniture pagate come emerso dall'inchiesta Mose con triangolazioni estero su estero (Austria o Svizzera, Canada, Panama, a seconda della bisogna) che facevano lievitare il costo dei sassi allo scopo di creare fondi neri. «Era inevitabile dice l'ingegner Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani, grande indagato dello scandalo con una condanna patteggiata . La verità sui fondi neri all'estero è che il Consorzio Venezia Nuova chiedeva una percentuale in nero su ogni tonnellata di sasso. O accettavi o eri fuori». Di più: «Anche noi provammo a prendere la cava sul mare ma non c'è stato verso assicura Baita . Questo è il sistema della pietra ma anche dei calcestruzzi, del ferro... È grave lo so, ma, ripeto, inevitabile». Chi riusciva, dunque, comprava la cava in Istria e non solo per fare il Mose: ponti, fondamenta, terrazzi, strade. Da Venezia a Ravenna. Gli occhi di Zlatko Cetina, primo amministratore del comune di Marciana da cui dipende Rakalj e memoria storica della cava, devono averne viste molte: «Già, l'interesse del capitale e del profitto hanno vinto su quello dell'ambiente». È la storia triste del paese di pietra e dell'altra sua faccia: Venezia.
Corriere della Sera
15 Maggio 2016
Croazia. Viaggio nei fiordi distrutti per le pietre del Mose
AN
Andrea Pasqualetto
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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