DALLA cabina di regia delle grandi opere a un'aula della sezione giurisdizionale della Corte dei conti del Lazio. Ercole Incalza, il top manager che per sette governi ha guidato la struttura tecnica del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, è stato citato a giudizio per le varianti d'oro della metro C. Assieme al superburocrate dovranno rispondere di un danno erariale da 270 milioni di euro due suoi collaboratori, l'ex presidente di Roma Metropolitane e deputato Pci-Pds Chicco Testa e ad altri nove tra dirigenti pubblici e ingegneri di Metro C (Astaldi, Vianini, Ansaldo e Consorzio cooperative costruzioni) I 13 imputati, secondo quanto sostiene la procura contabile, tra il 2006 e il 2010 avrebbero «con colpa grave sperperato le pubbliche risorse con perizie di variante illegittime, assunte con eccesso di potere in danno di Roma Capitale». Rinviati a giudizio, si ritroveranno in aula il prossimo 6 dicembre. L'inizio del processo è infatti slittato di sei mesi: previsto inizialmente per la prima settimana di giugno, è stato posticipato proprio per garantire i tempi tecnici di notifica dell'atto di citazione a Ercole Incalza. Soltanto sfiorato dalla prima tranche di indagini, il supermanager del Mit è stato di fatto trascinato nell'inchiesta dagli altri imputati e dalle decine di tecnici e professionisti ascoltati nei mesi scorsi negli uffici di viale Mazzini. Alcuni direttamente, altri ricorrendo a giri di parole, nel corso delle audizioni hanno quasi tutti puntato il dito contro la struttura tecnica di missione del ministero e il suo dominus. Così Incalza è finito nel calderone della terza linea della metropolitana capitolina: a lui e agli altri due funzionari in aula adesso potrebbero essere chiesti fino a 135 milioni di euro, la metà del danno complessivo. A causarlo, come ha ricostruito il procuratore regionale Raffaele De Dominicis, è stato il «gioco dell'oca delle varianti». "Si impegnavano le spese con strumenti formalmente corretti si legge nell'atto di citazione ma, poi, si attendevano anni per coprire, a cose fatte, i costi effettivi, ricorrendo a storni o a modifiche del quadro economico generale". Una modifica dopo l'altra, il conto dei lavori è salito dai circa 2,2 miliardi di euro con cui il consorzio Metro C si era aggiudicato la gara ai 3,7 stimati dall'Anac di Raffaele Cantone. Report dell'Anticorruzione alla mano, la procura contabile ha individuato le ventuno varianti sospette che si sono tradotte in altrettante «partite di danno». Nell'elenco è finito di tutto: piattaforme divelte a causa del continuo transito degli automezzi utilizzati durante i lavori e studi «totalmente fasulli» richiesti a comitati tecnico-scientifici per studiare l'effetto delle possibili «sorprese archeologiche » sull'avanzamento dell'opera. Ancora, la famosa variante 22 di San Giovanni per «l'omessa intersezione della linea A con la linea C, sprofondata a 18 metri e comunicanti con un costosissimo dedalo di scale mobili ». Per il procuratore regionale è questa «la peggiore tra tutte le modifiche approvate, perché sono state travisate le preoccupazioni della Sovrintendenza».