«MESSER Giorgio amico caro ». C'è tutto l'affetto, la fiducia che si riserva al più intimo dei confidenti nelle parole che, fra il 1550 e il 1557, un Buonarroti ormai anziano e stanco, reso insicuro dalla debolezza e dalla vecchiaia, rivolge al più famoso storico dell'arte dell'epoca e, probabilmente, di tutti i tempi. Quelle lettere, tanto preziose quanto, finora, poco accessibili, sono esposte da oggi al 24 luglio a Palazzo Medici Riccardi, cuore della mostra "Michelangelo e Vasari", che per la prima volta presenta a Firenze i documenti più importanti, da poco restaurati e digitalizzati, dell'Archivio Vasari di Arezzo, custodito nella dimora dell'autore delle "Vite" nell'attuale via XX settembre, dal 1911 acquisita dallo Stato e trasformata in casa museo. Un corpus di eccezionale importanza, fondamentale per ricostruire alcune fra le principali vicende artistiche e culturali di quello che Ugo Ojetti, al momento della sua riscoperta, nel 1908, definì «un lembo del secolo d'oro» e, in particolare, la fitta trama dei rapporti intrattenuti da Vasari stesso, ansioso di «lasciar fama» di sé, con politici, letterati ed eruditi quali Cosimo I de' Medici, Paolo Giovio, Pietro Bembo e Pietro Aretino. Fulcro di questo patrimonio sono proprio le lettere a lui indirizzate da Michelangelo, alle quali la mostra, curata da Elena Capretti e Sergio Risaliti, dedica la sezione più attrattiva: a lungo rimaste legate in registro un'operazione effettuata nel XVII secolo dal nipote di Vasari, Giorgio il Giovane queste carte sono state liberate e restaurate dopo il 2013 dalla Soprintendenza archivistica della Toscana che, grazie a fondi ministeriali, ha anche provveduto alla digitalizzazione dell'intero archivio, confluito in 12 mila file. Spedite da Roma, le lettere di Michelangelo mostrano tutto lo sconforto di un genio sfinito, alle prese con il trauma della morte dell'assistente Urbino, la vergogna per gli errori commessi nel cantiere di San Pietro, il rammarico di non poter tornare a Firenze, come invece vorrebbero lo stesso Vasari e Cosimo I. Della corrispondenza fanno parte anche tre sonetti, considerati il testamento spirituale del Buonarroti, compreso il famoso "Giunto è già il corso della vita mia" composto il 19 settembre 1554: ben dieci anni prima della sua morte (ore 9-19, chiuso mercoledì. Ingresso 7 euro). (g.r.)