Le produzioni dell'uomo sono di per sé mutevoli, deperibili, transitorie come i loro autori. Ma la cultura e la coscienza dei popoli hanno scelto tra esse ambiti di rispetto particolari, tra i quali spicca il patrimonio della creazione artistica. Non che le opere d'arte siano state rispettate in tutte le epoche e presso ogni comunità, tuttavia a partire dal Rinascimento si fa strada, in Italia e in Europa, una sensibilità nuova, che attribuisce valore di testimonianza speciale ad architetture, oggetti, paesaggi. Nascono i primi musei pubblici, si limita l'esportazione dei beni archeologici, si proteggono le vestigia del passato, che assumono valore di "monumenta", documenti esemplari della sapienza degli antichi, atti a nutrire lo spirito dei contemporanei. Tale atteggiamento si è andato sempre più affermando nei secoli, sino a raggiungere un grado elevato di valore con la diffusione su basi salde della coscienza storica nella società moderna. È vero che non sono mancate infauste contraddizioni in questo campo, come ben sanno i mantovani che hanno visto radere al suolo antichi quartieri, occludere il Rio, imporre condomini al posto di nobili palazzi: e ancora se ne dolgono. Ma ai monumenti sublimi e qualificanti della città si è riservata una diversa attenzione. Con il passare del tempo si sono diradati improvvidi interventi di ammodernamento o di completamento, e già dagli inizi del secolo scorso si è affermato anche istituzionalmente l'impegno di conservare con cura i tesori d'arte, per godere appieno della loro storica bellezza e consegnarli intatti alle future generazioni. Tra questi spicca certamente la basilica albertiana di Sant'Andrea. Il proposito felicemente conseguito di dare forma a un tempio "più capace, più eterno, più degno e più lieto", come dichiarava l'autore al committente, Ludovico II Gonzaga, implica un rispetto assoluto di quanto è giunto sino a noi. I 32 docenti, studiosi e architetti di vaglia chiamati a fornire l'appoggio al progetto della vasca battesimale nel transetto e dell'ambone in prossimità dell'arco trionfale, affermano decisamente che "L'architettura italiana si è manifestata da sempre attraverso un percorso di sovrapposizione e integrazione, secondo il quale ogni epoca storica ha raccordato la propria espressione architettonica con quelle precedenti". Ma non ci si fa scrupolo nei confronti di un monumento come la basilica di Leon Battista Alberti? Dobbiamo paventare l'applicazione del principio espresso dagli illustri esperti anche per la Camera degli Sposi, la Cappella Sistina, il Pantheon, le chiese bizantine di Ravenna? E i grandi architetti che spiccano tra i citati esperti accetterebbero modifiche funzionali fisicamente invasive ai capolavori che loro stessi hanno sparso per il mondo? La scelta della Curia Vescovile di attuare il progetto dell'architetto Zermani ha causato accese polemiche sulle pagine di questo giornale, registrando qualche parere favorevole e numerosi, accorati dissensi. Come qualcuno ricorderà, mi trovo tra i dissenzienti, e ora vivo con rammarico quello che -con l'autorizzazione giunta dal Ministero- sembra essere l'ultimo atto della vicenda. L'intervento mi sembra un ingiustificato affronto al monumento, mentre osservo, con tristezza, che il disegno portato a termine dal Vescovo (peraltro stimato e amato per la sua attività pastorale) in questa vicenda ha causato una profonda divisione nella comunità mantovana. È sin troppo citato, e rimane pur sempre suggestivo, il passo dell'Idiota di Dostoevskij in cui il principe Mikin afferma che "la bellezza salverà il mondo". Ma il mondo vuole salvare la bellezza?