BONIFICHE E INVESTIMENTI SONO AL PALO. MA SOPRATTUTTO NON C'È UNITÀ DI INTENTI SUI PROGETTI. E INTANTO UNA PARTE DEL SINDACATO E LO STESSO GOVERNATORE EMILIANO PORTANO AVANTI L'IPOTESI DI NON RIAPRIRE L'AREA A CALDO, LA PIÙ PROBLEMATICA DAL PUNTO DI VISTA AMBIENTALE, ANCHE SE CON SOLUZIONI TRA LORO DIVERSE. POLEMICHE IN CUI SI INSERISCE IL SOTTOSEGRETARIO DE VINCENTI SUL RITARDO NELLA SPESA DEI FONDI STANZIATI Taranto D oveva essere tutto finito. E invece tutto deve ancora quasi cominciare. La vendita prossima ventura dell'Ilva conferma il grande gioco dell'oca alla quale è costretta ormai da anni la città: da quando, il 26 luglio del 2012, il tribunale di Taranto sequestrò per la prima volta il siderurgico mettendo di fatto in ginocchio l'Ilva dei Riva, tutto si è mosso ma in fondo molto poco è cominciato. Si diceva che l'Ilva doveva essere bonificata e venduta e quattro anni dopo si dice che dovrà essere venduta e bonificata. I cronoprogrammi dei vari governi che si sono succeduti (Monti, Letta, Renzi) indicavano nel 2016 il tempo massimo per completare i lavori di ambientalizzazione dello stabilimento eppure, al momento, le due principali opere continuano a essere una chimera: la chiusura dei parchi minerari e la ristrutturazione dell'Altoforno 5, il più grande di Europa, quello che da solo riusciva a reggere il 40 per cento della produzione fino a qualche anno fa, e che ora è chiuso e non si sa ancora quando e se riaprirà. "E' necessario conoscere il nuovo piano industriale", si stringono nelle spalle gli uomini del commissario Piero Gnudi che stavano provando a rilanciare il siderurgico con il solo intervento dello Stato e l'aiuto dei soldi sequestrati ai Riva in Svizzera, prima messi a disposizione dalla bonifica e poi invece bloccati dai tribunali elvetici. "Senza quel denaro non c'è cassa. E dunque non c'è nemmeno bonifica", dicono oggi nel siderurgico dove pure sono soddisfatti dei dati industriali dei primi mesi del 2016. Lo scorso anno Ilva ha ridotto i volumi da 5,9 milioni a 4,7 milioni di tonnellate all'anno, che significano circa 13 mila tonnellate di produzione al giorno. Questo perché gli impianti marciavano a ritmo ridotto (l'Altoforno 1 ha riaperto da meno di un anno) e soprattutto perché le commesse erano state ritirate: Ilva non riusciva più a garantire, come un tempo, ottima qualità del prodotto in tempi brevi. E quindi i clienti, vista anche la grande crisi dell'acciaio che aveva fatto notevolmente crollare i prezzi, avevano cominciato a rivolgersi altrove. "Ora qualcosa sta cambiando", dicono da Ilva, dove parlano di un ritorno nei primi mesi del 2016 a una marcia di circa 16 mila tonnellate al giorno. Nulla rispetto agli 8 milioni all'anno in cui si viaggiava ai tempi di Riva (cifra indicata anche da Arcelor come obiettivo) ma comunque un passo in avanti che fa in qualche modo rifiatare i sindacati. Che però non si sentono troppo garantiti dall'operazione. La Fiom sin dal principio ha chiesto una "responsabilità statale" e quindi spera nell'intervento decisivo di Cassa Deposti e Prestiti. "La storia dell'Ilva, almeno negli ultimi vent'anni, ci insegna che lasciarsi andare a facili entusiasmi e a slogan ottimistici non è la migliore opzione. Meglio rimanere con i piedi per terra, anche perché le prospettive, viste le premesse, non ci sembrano affatto delle migliori soprattutto in tema di bonifiche ambientali", ha detto invece il segretario della Uil, Aldo Pugliese. Posizione simile anche ai Liberi e pensanti, il sindacato indipendente che ha organizzato il concertone del Primo maggio, che forte dei 200mila portati in piazza, chiede un "futuro diverso" per il siderurgico che passa per la chiusura dell'area a caldo. "A Taranto dice Cataldo Ranieri, presidente e portavoce del Comitato viviamo in un'altra Italia: a Genova è stato deciso che l'area a caldo dell'Ilva non sia compatibile con il lavoro e a Taranto magicamente invece si. Incredibilmente la classe politica considera più realizzabile l'adeguamento di un'azienda vecchia di settant'anni per un mercato come quello dell'acciaio che non c'è più piuttosto che finanziare la riconversione del patrimonio di un territorio. E così le nostre risorse sono utilizzate dagli altri". La decarbonizzazione di Ilva è anche uno dei cavalli di battaglia del Governatore, Michele Emiliano, che ha presentato a Parigi un piano per il siderurgico senza ciminiere e con i forni elettrici "senza però ottenere nemmeno una risposta del Governo: ho detto a Renzi che se si continua a sottovalutare la vicenda, l'Ilva rischia di diventare il Vietnam della Puglia". Ma il Governo, riprendendo anche la polemica dei sindacali, accusa di immobilismo gli enti locali: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio de Vincenti, li ha strigliati dicendo che "200 degli oltre 800 milioni messi sul tavolo dal Governo non sono nemmeno stati impegnati: abbiamo ancora tempo ma per il rilancio della città vecchia, bonifiche ambientali, portualità, rilancio dell'Arsenale della Marina sia sotto il profilo produttivo (le manutenzioni navali) che museale (aree e percorsi di archeologia industriale) è necessario fare in fretta e fare bene". Nei due grafici qui ai lati, la fotografia dello stato di salute dell' Ilva : l e perdite aumentano e scendono parallelamente anche i volumi e i margini