Il patrimonio artistico va preservato contro la speculazione ed il degrado. Il professor Settis parla a tutto campo del futuro che ci viene prospettato e di quello che sta a noi crearci per l'avvenire. Non trascurando però le colpe della cattiva gestione politica. È una delle personalità accademiche di maggior lustro per l'Italia: Salvatore Settis, classe 1941, professore di Archeologia classica nonché direttore presso la Scuola Superiore Normale di Pisa, è stato anche direttore presso il Getty Center for the History of Art and the Humanities di Los Angeles, dal 1994 al 1999. È inoltre membro del Deutsches Archäologisches Institut, della American Academy of Arts and Sciences, dell'Accademia Nazionale dei Lincei e del Comitato scientifico dell'European Research Council. Insomma quel che si suol dire un'autorità nel campo artistico e non solo del panorama culturale italiano ed internazionale. Noi del Deutsch Italia lo abbiamo incontrato a Berlino in occasione della presentazione dell'edizione tedesca del suo libro Se Venezia muore, edita in Germania da Wagenbach editore, e gli abbiamo rivolto alcune domande sul problema della conservazione del nostro inestimabile patrimonio architettonico e su altre tematiche riguardanti il nostro Paese. Professor Settis, la prima domanda è d'obbligo: Venezia sta morendo e, se sì, perché? Io credo che Venezia non stia morendo e vivrà. Ma vivrà se ci accorgiamo che è in crisi: se neghiamo questa sua crisi, allora la città rischia veramente di morire. La ragione principale di questa sua crisi è nella sua bellezza. La rende molto desiderabile ed ha provocato un rialzo dei prezzi tali che moltissime persone di reddito medio e medio basso, fra cui molti giovani, devono andare ad abitare altrove. Negli ultimi anni Venezia ha perso circa 100mila persone. Ne perde circa 1200 ogni anno ed avendone attualmente circa 56mila, fra cinquant'anni, se continuasse questo ritmo, non ci sarebbero più veneziani. Qualcuno potrebbe dire che male ci sia nelle seconde case. Di per sé nessuno. Ci sono molte persone famose, per esempio registi come Woody Allen, che abitano la loro seconda casa a Venezia per una media di due giorni e mezzo l'anno. Il resto del tempo le case sono vuote. Come si fa ad evitare ciò? Beh, ad esempio la Svizzera, che non mi risulta essere un Paese comunista, ha fatto da alcuni anni una legge federale, messa in Costituzione, secondo cui nessun comune svizzero può avere più del venti per cento di seconde case. Avendo Venezia due Università importanti, più altre istituzioni universitarie straniere, perché non si fa una politica della casa per i giovani? Non è stato fatto mai alcun tentativo in tal senso da nessuno. Mentre il tentativo di prendere bustarelle sul Mose, quello riesce perfettamente. A proposito delle politiche attuate dalle Istituzioni locali, cosa pensa della concessione data ai privati per il restauro del Fondaco dei Tedeschi? Io sul Fondaco ho scritto. Intanto incominciamo col dire di cosa si tratta. È uno degli edifici più importanti del primo Cinquecento, il cui progettista è probabilmente fra' Giocondo, una delle più importanti archistar dell'epoca, diremmo oggi. Inizialmente destinato al commercio dei mercanti tedeschi, divenne poi ufficio pubblico postale e pubblico rimase per lungo tempo. Non è stato tenuto bene in mani pubbliche, occorre dirlo. Poi il Comune di Venezia ha deciso di venderlo, decisione di per sé criticabile, ma quando è stato deciso da parte di Benetton (l'acquirente, per una cifra di 53milioni di euro) di trasformarlo in un centro commerciale, io sono stato fra i pochi a dire che il problema non era quello (era nato come tale), bensì sul come si intendeva farlo. Infatti Benetton incaricò Rem Koolhaas (architetto olandese) il quale aveva avuto un incarico anche da parte di Prada, acquirente sempre dal Comune di Ca' Corner della Regina (altro palazzo storico veneziano). Ebbene, quest'ultimo è stato restaurato in modo squisito, secondo tutti i canoni stabiliti dalla soprintendenza. Dunque ciò che cambia in questa questione è la committenza. Nel primo caso è stato infatti chiesto di realizzare un piano sopraelevato e delle scale mobili che nel progetto erano addirittura rosse. Io scrissi un articolo in prima pagina su La Repubblica in proposito, criticando duramente questa cosa. Le scale mobili credo siano state abolite dal progetto originario, purtroppo penso che non sia la stessa cosa per la terrazza da cui si vedrebbe dall'alto il ponte di Rialto. Cosa pensa del ponte di Calatrava? Penso che sia una bella idea gestita in modo fallimentare. Un nuovo ponte a Venezia, perché no? Affidarne la progettazione a Calatrava, perché no? Ciò che avrei preferito, però, è che lo stesso Calatrava si fosse comportato in modo diverso. Ha progettato un ponte che dal punto di vista del design è molto bello, ma se glielo avessero chiesto per Shanghai sarebbe stato identico. Lui non lo ha pensato per Venezia, tant'è che quando hanno trasportato la struttura centrale, facendola passare sotto il ponte di Rialto, hanno dovuto aspettare la più bassa marea possibile per farcelo passare sotto. E ci sono riusciti per pochissimi millimetri. Poi i materiali di cui è fatto si sono deteriorati rapidamente. È stato progettato con materiali rigidi, in una città che rigida non è, tali che, come ha rilevato la stessa Corte dei Conti, sono cresciuti enormemente i costi di costruzione e di manutenzione. È stato fatto un errore che si commette spesso, cioè che basti un grande architetto per ottenere una grande opera, non tenendo conto del fatto che occorre invece anche una committenza all'altezza. In molti si lamentano del fatto che Venezia non sia una città a misura di persone portatrici di handicap. Lei cosa ne pensa? Per mettere Venezia a norma, nel senso di ciò che noi consideriamo oggi una città atta ad ospitare anche i portatori di handicap occorrerebbe raderla al suolo e ricostruirla. Ovviamente non sono favorevole a soluzioni così drastiche. Ciò che penso che, al contrario, si potrebbe fare è approntare imbarcazioni atte a trasportare i portatori di handicap, permettendo loro di arrivare per via d'acqua in luoghi altrimenti inaccessibili. Non so perché e se non ci si sia mai pensato ad una soluzione di questo genere. Lei professore ha fatto diverse battaglie per la difesa dell'articolo nove della Costituzione (La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione). A che punto siamo in Italia e come sta evolvendo in tal senso la situazione? La situazione non sta evolvendo particolarmente bene, perché l'attuale politica del Governo è molto puntata su quello che loro chiamano la valorizzazione dei Beni culturali e meno sulla tutela. La nozione giuridica di valorizzazione in questo senso è un'invenzione del tutto italiana che non ha paralleli da nessuna parte, cioè che valorizzazione e tutela siano due cose separate. Al contrario io credo che siano due facce della stessa medaglia, hanno entrambe come base la ricerca ed entrambe hanno come fine il pubblico, cioè i cittadini. Invece quello che hanno in mente sembra essere diverso. Il Ministro Franceschini spesso dice, come battuta, che il Ministero dei beni Culturali è il principale Ministero economico d'Italia. Non si capisce come dovrebbe esserlo giacché sta puntando tutte le carte sui musei. Sono decenni, e questo non è colpa né di Franceschini né di Renzi, che non si assume nessuno ed il pochissimo personale viene spostato dalle soprintendenze appunto sui musei, lasciando le prime, che fanno tutela del patrimonio sul posto, letteralmente dissanguate, prive di mezzi e di uomini. Basti pensare che gli archeologi che dovrebbero controllare il territorio non hanno nemmeno i soldi per la benzina per recarsi sui siti da controllare. Renzi dice che sopraintendente è una parola "burocratica" e per renderli meno burocrati li ha messi sotto i prefetti, che notoriamente non sono dei burocrati . La tendenza alla poca valorizzazione di certe tematiche in Italia dipende, secondo lei, da fattori internazionali o è peculiare del nostro Paese? C'è l'una e l'altra componente. La crescente disattenzione per le città storiche è un fatto che si può riscontrare anche altrove. Il caso più eclatante in questi ultimi anni è quello della Cina. Lì si sono distrutti intere aree nei centri storici di molte città per ricostruire all'americana. Il potere centralizzato ha facile gioco nell'esecuzione di decisioni molto discutibili e drastiche. In Italia non c'è nulla di quelle dimensioni. Quello che invece rende peculiare la situazione italiana è la diffusione capillare del patrimonio. Tutta l'Europa è un'eccezione nel mondo e l'Italia ne è la punta di diamante, quindi tutto quanto avviene da noi rappresenta una sfida maggiore. Ci dovremmo lasciare ispirare da ciò per rappresentare un modello per tutto il mondo, invece di sentirci "arretrati" se non si distrugge un po' di roba, per essere al passo con altri o lasciando mano libera a grandi architetti che inseriscono grattacieli nei centri storici, come sta facendo Renzo Piano a Torino. E in Germania? La Germania ha città completamente devastate dalla guerra, quindi il discorso è differente. Soprattutto a Berlino. Ci sono città piccole conservate molto bene come Marburg (in Assia), non essendo stata bombardata, e ci sono città come Dresden che è stata un caso limite. Essendo stata completamente distrutta, è stata ricostruita per intero così com'era, acquisendo prima il bollino blu dell'Unesco come patrimonio dell'umanità, perdendolo poi con la costruzione di un ponte (Waldschlösschen) che si sarebbe potuto tranquillamente realizzare da un'altra parte della città. L'equilibrio fra i poteri locali, essendo realmente quello tedesco uno Stato federale, ha funzionato male in quel caso. In Italia cosa occorrerebbe fare per invertire la tendenza a dar meno valore a determinate tematiche, quali la ricerca, la scuola, la cultura e maggiore ad altre di stampo prettamente economico? Le risorse sono state continuamente tolte o spostate, come quelle per la scuola che da quella pubblica sono state riversate su quella privata. Ma questa non è colpa dell'attuale Governo: iniziò il Ministro Berlinguer nel primo Governo Prodi. È una storia lunga. Si lamenta una crisi di creatività in Italia. È come è evitabile se si scoraggia lo sviluppo dei luoghi che dovrebbero produrla? Cosa bisognerebbe fare? La prima cosa sarebbe ammettere che il problema esiste. Quello che i nostri politici non fanno mai. In particolare Renzi, che come dice lui è uno story telling, dice che tutto va bene. Bisognerebbe ammettere che il problema esiste e mettere in pratica alcune politiche atte a recuperare risorse economiche, prima di tutte il recupero dell'evasione fiscale. Con 154miliardi di tasse evase l'anno, se se ne recuperasse anche un 35 per cento, tutti questi problemi di mancanza di fondi per i musei o l'Opera lirica o le scuole sarebbero risolte. Siamo estremamente poco credibili difronte ai nostri interlocutori tedeschi, francesi o inglesi. In nessun Paese europeo c'è un livello tale di evasione. Secondo i dati citati dal Presidente della Corte dei Conti un paio di anni fa l'Italia è la terza nazione al mondo per evasione fiscale, dopo Messico e Turchia. Non è vendendo il patrimonio culturale che si può recuperare un gettito fiscale mancato. Occorre far pagare le tasse a chi non le paga. Io, ad esempio, sono vissuto per alcuni anni negli Stati Uniti. Rispetto ad un'aliquota di tassazione che ho ora in Italia con il mio reddito pari a circa il 44 per cento, lì pagherei il 20. La metà e come per me sarebbe lo stesso per quanti le tasse le pagano. Cosa mi dice del cambiamento della Costituzione in atto in Italia? Nel mio libro in uscita domani, che presenterò al Salone del Libro di Torino con Gustavo Zagrebelsky, ho proprio affrontato questo tema. La mia opinione in merito è molto negativa. Ma non lo è perché ritenga l'argomento un banco di prova per il Governo Renzi. Va giudicato per quello che fa via via, compresa questa riforma. Se il Governo Renzi facesse tutto sbagliato, tranne questo, io al referendum voterei sì. Non è un voto su Renzi, come al contrario lui afferma. La sua riforma somiglia per molti aspetti a quella bocciata dal referendum e messa in atto da Berlusconi-Bossi. Si vuole indebolire il Presidente della Repubblica, il Parlamento e le Regioni. Il disegno è quello. L'idea è che se il Governo è più forte farà tutte le cose giuste. Questo è tutto da dimostrare. Avrebbero potuto anche abolire il Senato ed avrebbero fatto senz'altro migliore figura. L'articolo 70 nell'attuale Costituzione (La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere) è formato da 9 parole, nella nuova ne ha 434. Questa non è semplificazione. Non è affatto vero che ci sarà un sistema monocamerale. Tutto ciò che concerne le Regioni deve passare per il Senato, che può anche richiedere l'esame anche delle altre leggi. Non si è affatto abolito il bicameralismo. Quello che si è semplificato è solo la fiducia al Governo. Ben 11 ex Presidenti della Corte Costituzionale, compresi quelli che si dichiarano vicini a Renzi come De Siervo, hanno dichiarato che la riforma è incostituzionale. Credo che sia un grande pasticcio che gli italiani possano bocciare con il referendum. Lei ha detto che non è vero, citando Dostoevskij, che la bellezza salverà il mondo se noi non salveremo prima la bellezza. Una parola di speranza in tal senso? Sì, nonostante certe critiche molto severe che posso aver fatto e faccio, per il futuro sono ottimista. Vedo la coscienza dei cittadini crescere. Non la vedo crescere nei politici. Sono sicuro che questo processo virtuoso porterà verso lidi nuovi. L'unica cosa che non so è se avverrà mentre sono ancora in vita. Mi piacerebbe.