LA causa principale, si legge nel Rapporto annuale pubblicato dalla fondazione, sta nella diminuzione dei visitatori: erano 335 mila nel 2014, l'anno record delle mostre su Pontormo e Picasso; sono stati 262 mila nel 2015, oltre la metà dei quali (171 mila, per una media di 1.388 al giorno) concentrati nella seconda esposizione in calendario, "Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana", organizzata in collaborazione con i Musei Vaticani e ospitata in autunno in concomitanza con la visita di papa Francesco. Minor successo appena 72 mila presenze per "Potere e pathos", dedicata ai bronzi del mondo ellenistico. Una scelta che, tuttavia, Bini Smaghi difende a spada tratta: «Credo spiega che la combinazione giusta sia quella che unisce successo di pubblico e credibilità internazionale. Non siamo né una macchina da blockbuster né una scatola di eventi per pochi intellettuali. E una mostra come quella dei bronzi, realizzata in sinergia col Getty di Los Angeles, ci ha dato una visibilità importante. Senza quello che abbiamo dimostrato in questi anni un artista come Ai Weiwei (atteso a Palazzo Strozzi a settembre, ndr) non ci avrebbe mai preso in considerazione per la sua prima mostra italiana». Diminuito inoltre, da 61 a 33 milioni, l'indotto economico di Palazzo Strozzi sulla città, stimato ogni anno sulla base delle scelte dei visitatori arrivati a Firenze per vedere una mostra ospitata dal palazzo. Quanto ai tagli, spiega Galansino, «sono stati lineari: nessun settore ha sofferto più degli altri e, anzi, sono state fatte cinque nuove assunzioni». Per Bini Smaghi, è l'occasione per un appello alle istituzioni: «Questo tipo di fondazione non può vivere senza contributi pubblici. Ringraziamo chi ci continua a sostenere: stiamo facendo i salti mortali e dimostriamo capacità di attrarre risorse private grazie al bilancio rigoroso e alla qualità di quello che facciamo». Infine, una stoccata al Comune, sul promesso (da anni) trasloco del Gabinetto Vieusseux dal piano terra del palazzo: «Si potrebbe fare molto di più, e non si fa perché qualcuno non decide».