Gli archeologi: «Nello stagno un patrimonio inestimabile» Maschere di uomini e donne, teste di animali, anfore e ciotole di delicata fattura plasmate dalle mani degli artigiani di oltre duemila secoli fa. Di soldi ce n'erano eccome. Parecchi, pronta spesa. Lira più, lira meno, circa tre miliardi. Ma sono svaniti. Persi nei meandri della burocrazia ma soprattutto mai spesi per colpa di chi «pensava in grande, guardava forse troppo lontano, senza invece riuscire a pensare concretamente». Nomi e cognomi, amministrazione comunale. Così almeno dissero allora gli archeologi legati, invece, alla realtà, troppo abituati, spesso, a fare i conti con pochi spiccioli e non certo con enormi finanziamenti. E gli archeologi - era l'inizio degli anni Duemila - restarono senza il becco di un quattrino. Disarmati davanti al sogno, alla speranza di poter mettere le mani sul tesoro sommerso, proseguire quel lavoro di scavo condotto da un manipolo di ricercatori e di appassionati subacquei avviato nel 1991 e interrotto nel '95. La speranza. Di Soldi, oggi, non ce ne sono più. È rimasto il desiderio, forte, di poter tornare a sprofondare su quella melma di Su Moguru (ma anche di altre zone della laguna) per mettere le mani nel fango e riportare in super-ficie maschere di uomini e di donne, protomi di coccodrilli e cani, mani e piedi sapientemente plasmati nella terracotta dagli artigiani punici che sulle sponde della laguna avevano le loro officine. Gli studiosi. L'archeologo Paolo Bernardini, che quel lavoro nello stagno lo ricorda come fosse oggi, ci spera ancora di poter tornare a scavare a Santa Gilla. Magari con somme ben diverse da quei tre miliardi di allora. Come lo sperano i pionieri subacquei guidati negli anni Novanta da Nicola Porcu: «Anni meravigliosi, portavamo su le terrecotte affondando mani e braccia nella fanghiglia, ad appena settanta, ottanta centimetri di profondità». L'università. La studiosa Barbara Fois, che sta partecipando a un importante progetto di indagine e valorizzazione della "città sarda" di Santa Igia e alla nascita del museo virtuale insieme a un'equipe di diverse discipline, ne è convinta: «Attraverso l'utilizzo della tomografia assiale, una sorta di ecografia del territorio, che sarà usata per Santa Igia, si potrebbe intervenire anche nella laguna». Per individuare i diversi "siti" sommersi e capire, ben prima di uno scavo, cosa si nasconde sotto lo stagno. Resta la speranza. Che l'Amministrazione provinciale faccia ripartire il suo "vecchio" progetto. All'assessore alla Cultura Luciano Marrocu e al presidente Graziano Milia il compito di ripensarlo. Dagli archeologi un messaggio più che diretto.
Santa Gilla. Sotto il fango i misteri della laguna
Gli archeologi hanno seguito un progetto di scavo nel 1991, ma è stato interrotto nel 1995 a causa di una mancanza di finanziamenti. Il progetto era stato finanziato con 3 miliardi di lire, ma non è stato speso per nulla. Gli archeologi sperano di poter tornare a scavare nel 2023, con un budget diverso. Il progetto era stato guidato da Nicola Porcu e Paolo Bernardini, e gli studiosi sperano di poter individuare i "siti" sommersi nella laguna di Santa Gilla utilizzando la tomografia assiale. Gli archeologi chiedono all'Amministrazione provinciale di ripensare il progetto e di farlo ripartire.
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