A volte accade. E accadde anche allora. Era il 1869, quando nelle reti di un pescatore rimase ammagliata una testa di terracotta. Poi altri ritrovamenti. Santa Gilla cominciò allora a restituire una fetta della sua storia celata per secoli sotto il fango del fondale. Fu il Regio commissario ai Musei, Filippo Vivanet, a decidere che quel tratto di stagno doveva essere indagato. La campagna di scavo cominciò nel 1891: draghi, pentole e brocche, ciotole e lampade a due becchi. E maschere umane con le sembianze di Giove, Esculapio, Apolline, protomi di cani e maestosi coccodrilli. Un patrimonio che gli studiosi fecero risalire a un lungo arco di tempo compreso tra il quinto e il secondo secolo avanti Cristo. Una datazione confermata anni fa dagli archeologi Vincenzo Santoni, Giuseppe Nieddu, Raimondo Zucca, Paolo Bernardini e Emanuela Solinas che nel 1987 parteciparono a un'altra importante operazione di ricerca nella laguna, e non solo dove Filippo Vivanet, 96 anni prima, aveva suggerito ma anche in altre due zone distinte. Da allora le acque di Santa Gilla hanno ricoperto il tesoro. La storia è rimasta sotto il fango. E nel fango sono sprofondati i sogni e i desideri degli archeologi e dei sub che avevano sperato, a metà degli anni Novanta, di poter contare su un finanziamento adeguato per tornare su quelle sponde alla ricerca del passato.
Santa Gilla. Il sogno infranto dei sub
Nel 1869, un pescatore trovò una testa di terracotta nel fondale di un lago chiamato Santa Gilla. Successivamente, altri ritrovamenti furono fatti, che portarono gli studiosi a indagare sul sito. Nel 1891, una campagna di scavo fu avviata, che rivelò un patrimonio di oggetti antichi, tra cui maschere umane e oggetti di ceramica. Gli oggetti furono datati tra il quinto e il secondo secolo a.C. e furono confermati dagli archeologi nel 1987. Da allora, le acque del lago hanno coperto il tesoro, e gli archeologi hanno dovuto attendere finanziamenti per poter tornare a esplorare il sito.
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