IL PRESIDENTE Renzi in febbraio presentò il progetto "Human Technopole" e Elena Cattaneo, senatrice a vita, su queste pagine avanzò critiche severe e fondate che sono la punta di un iceberg. Difatti la condizione generale della formazione e della ricerca in Italia è del tutto impari al ruolo che le spetta tra i paesi avanzati. Causa di ciò la scarsità di fondi che i governi erogano da decenni al sistema integrato università-ricerca. In percentuale del reddito nazionale l'Italia destina lo 0,4 del Pil, il Regno Unito lo 0,51, la Spagna lo 0,73, la Germania lo 0,98, la Francia lo 0,99. Dati che non meritano commenti. Il numero di studenti nel 2011 è salito a 103 in Francia, 110 nella media dei Paesi europei (e nel Regno Unito), 114 in Spagna, 115 nella media dei Paesi Ocse, 119 in Germania. È sceso a 97 in Italia! Tra il 2007 e il 2013 gli studenti immatricolati in Italia sono calati del 13, la percentuale è inquietante nel Sud 21. Il "buon governo" esigerebbe una netta inversione di tendenza: vano strapparsi le vesti affermando che l'università e la ricerca sono fattori essenziali per lo sviluppo e l'innovazione del paese. Ciò nonostante i giovani che si dedicano agli studi sono un importante segno di mobilità sociale: in Italia oltre il 70 degli studenti universitari appartiene a famiglie in cui nessuno dei genitori è laureato. La Conferenza Nazionale dei Rettori delle università italiane ha presentato in marzo al ministro Stefania Giannini un articolato e ricco documento di cui mi avvalgo che non ha avuto nella stampa e nei media l'attenzione che merita. Sintomo che l'università e la ricerca non sono al centro dell'attenzione del paese. Solo il 19 degli italiani è in possesso della laurea, rispetto al 29 della Germania, il 35 della Francia, il 39 del Regno Unito, e nel nostro paese si registra un calo degli studenti. La crisi finanziaria è reale, ma anche un pretesto, perché essa investe tutta l'economia europea in proporzioni diverse, solo che i paesi citati reagiscono aumentando i finanziamenti al sistema integrato università-ricerca. In termini pro-capite nel 2010 la spesa per studente in Italia è stata di 9.580 dollari, il 30 in meno rispetto alla media dei paesi Ocse, il 40 in meno di Francia, Belgio e Regno Unito, il 50 in meno dei paesi del Nord Europa. Il calo degli studenti è dovuto a molteplici fattori: mancanza di incentivi allo studio, carenze di servizi, drastica riduzione del numero dei docenti, concause degli effetti disastrosi della riforma dell'università (l. 2402010). Malgrado l'esiguità dei finanziamenti, l'Italia si colloca ai vertici per quantità assoluta e qualità della produzione scientifica, ed è all'8 posto tra i paesi Ocse. I nostri migliori ricercatori appena se ne offre l'occasione fuggono in paesi più ospitali e consapevoli del valore della ricerca. Il documento del CRUI avanza proposte molto concrete e puntuali che ci auguriamo il Governo vorrà accogliere e che qui non posso certo surrogare. Il prezioso sito Roars "Return on academic research" dell'Università di Udine fornisce dati sulla forbice tra i fondi erogati a discipline per così dire produttive (ingegneria, medicina e giurisprudenza) e altre giudicate evidentemente un lusso non necessario per lo sviluppo del paese. La sperequazione tra le discipline penalizza le scienze di base e umanistiche che non accedono a risorse private: nessuno finanzia matematica o filologia. La parte del leone la fa il gruppo disciplinare citato, ritenuto volano di sviluppo per l'economia del paese. E se finanziassimo le arti da quelle figurative alla musica, memorabili segni della civiltà italiana nei secoli non sarebbero esse un acceleratore fondamentale per rilanciare il turismo? Il settore è cresciuto del 50 dal 2001 e ha superato la soglia dei 53 milioni nel 2015, ma i turisti stranieri che giungono in Italia sono quelli meno ambiti del "mordi e fuggi": un puro spreco perché il paese offre città, paesaggi, musei e aree archeologiche di assoluta eccellenza. Il Sud è pesantemente penalizzato visto che vi giungono solo il 12 degli stranieri, malgrado l'eccezionale offerta di cui dispone. Sopperire alla carenza di custodi, storici dell'arte, architetti, archeologi, restauratori, funzionari sarebbe incremento indispensabile per l'incremento dell'occupazione qualificata. Il gap con l'Europa è mortificante e ci dice che in Italia secondo i dati della Confturismo (studio Ciset) il danno inferto al Pil dal "turismo mancato" si calcola in 15 anni sui 38 miliardi. Le carenti infrastrutture, i servizi mediocri, la debole promozione sono alcuni dei motivi di questa disfatta, non a caso più grave nel Sud. Nel 1970 l'Italia era al primo posto al mondo per numeri di turisti, siamo scivolati all'ottavo: una deriva netta, ma essa va letta contestualmente alla crisi del sistema università-ricerca. Cosa che non accade mai e di cui il governo dovrebbe occuparsi con la dovuta energia. Renzi, alla recente conferenza sugli Stati generali del Turismo a Napoli, ha espresso entusiasmo per il buon incremento del 2015 e con umiltà tratto non usuale al presidente ha ripetuto che non aveva mai visitato il museo di Capodimonte. Ma all'entusiasmo delle parole dovrà seguire il coraggio dell'impegno economico e culturale adeguato alla partita in gioco. Il turismo è in crescita esponenziale in tutto il mondo, e i paesi concorrenti sono ben attrezzati ad attingere a una miniera d'oro: di questo banchetto nel Bel Paese giungono le briciole, ridotto al ruolo di Cenerentola.