INTERVENTI E REPLICHE Ho letto con molto interesse le varie lettere al Corriere sul problema delle opere d'arte espropriate durante le campagne napoleoniche e solo in parte restituite all'Italia. Mi pare che vi sia in proposito non poca confusione e che l'argomento meriti qualche precisazione: 1) è vero che il Congresso di Vienna nel 1814accettò la tesi francese secondo cui le opere d'arte «esportate» sulla base di un trattato internazionale dovevano restare in Francia: fu questo per esempio il caso del Trattato di Tolentino del 1797 tra gli Stati della Chiesa e la Francia che svuotò letteralmente Roma e le sue province delle principali opere d'arte (quadri, statue, manoscritti, libri, archivi presero le vie della Francia). 2) Ma ci furono nel 1815 i «Cento giorni» e il Congresso di Vienna con il Secondo trattato di Parigi (art. 2) per mezzo dei quali si decise di punire la Francia obbligandola alla restituzione di tutte le opere d'arte sottratte. 3) Fu così che papa Pio VII inviò a Parigi in missione diplomatica il grande Antonio Canova il quale riuscì a rimpatriare, malgrado le molte difficoltà frapposte dalle autorità della Restaurazione, l'80 delle opere di provenienza dagli Stati della Chiesa. Sfuggirono a Canova alcuni quadri che erano stati inviati nei musei di provincia. Il grande polittico di Perugino che veniva dall'Abbazia di San Pietro di Perugia rimase a Lione in quanto dono di quel grande signore che fu papa Pio VII alla città di Lione che lo accolse, prigioniero di Napoleone, con uno speciale affetto che gli mitigò le amarezze del momento. 4) Non altrettanto tenace fu l'inviato austriaco a Parigi, tale Rosa, incaricato di rimpatriare le opere d'arte sottratte al Ducato di Milano e alla Repubblica di Venezia. Rientrarono sì i cavalli di San Marco e il Codice atlantico di Leonardo da Vinci, ma vennero dimenticati i rari manoscritti vinciani che si trovavano (e si trovano tuttora) all'lnstitut de France. La grande tela delle Nozze di Cana del Veronese (troppo grande per esser trasportata senza danni) fu oggetto di un baratto con una tela francese di Charles Le Brun ora esposta a Venezia al Museo dell'Accademia. Circa poi l'opinione che la tela del Veronese sia più felice al Louvre che nel suo sito d'origine (lo splendido refettorio di Palladio all'Isola di San Giorgio) mi sia consentito di dissentire: le opere d'arte dovrebbero sempre stare nel luogo e nel contesto per il quale furono create, come già aveva teorizzato nel 1796 Quatremètre de Quincy, inquieto per i programmi di esproprio delle opere d'arte preconizzati dal Direttorio. Ambasciatore, Segretario generale Unione latina, Parigi