Come Quatremère de Quincy e Paul Valéry nemici dichiarati del museo e, a modo loro, precursori dell'idea attuale di "museo diffuso" anche Hugues de Varine si fa portavoce di una visione attenta al patrimonio vivo, che non si limita a conservarlo, ma che soprattutto intende usarlo. È un libro contro i musei quello scritto da Hugues de Varine. Parola di Daniele Jalla, curatore del volume, nonché presidente di Icom Italia che pure lo ha fortemente e provocatoriamente voluto in apertura del nuova collana Icom: erede della storica «Museopoli» (dirptta da Freud Drugman) che sotto l'egida dell'Intemational Council of Museum, prosegue ancora per i tipi della Clueb. Che se ne condividano o meno le opinioni la qual cosa nulla aggiunge o toglie alle stesse il libro di de Varine ha il merito di essere straordinariamente stimolante e, a tratti, addirittura sferzante. Dalla prima all'ultima pagina trasuda passione, qualità che gli deriva dall'essere, l'autore, operatore sul campo attore direttamente implicato. In che cosa? In un'impresa di sviluppo sociale sostenibile, attraverso l'uso e (proprio così) il consumo del patrimonio culturale, risorsa, più che tesoro da museificare. Da questo libro, infatti, il museo risulta un ripiego, prima viene il patrimonio culturale e naturalmente ambientale (il "museo Italia"?). Così come prima dell'inalienabilità del patrimonio dei musei, viene l'inalienabilità delle identità collettive. Eccole, dunque, «le radici del futuro», ancora racchiuse nell'eco delle contestazioni degli anni Sessanta che non risparmiarono neppure i musei. Con coraggio, chiarezza e determinazione, de Varine tenta in queste pagine una sistematizzazione di pensiero ed esperienze, con un unico vero limite: un eccesso di genericità determinato dal desiderio di fornire una ricetta buona per tutti. Attraverso la penna di de Varine la museologia si fa strumento politico per incidere sul territorio, laddove il patrimonio non è il fine, ma il mezzo del suo sviluppo. E in questo senso l'autore è abilissimo nel delineare le ricadute positive che i beni culturali possono avere sulla società: sempre, però, a partire da una prospettiva di sviluppo locale. Il che non significa dare fuoco al Louvre o abbattere gli Uffizi, ma semplicemente suggerisce Jalla guardare ai musei come «punto di forza per la realizzazione di politiche locali», in una prospettiva di Utilità sociale: quindi di uso del patrimonio e non soltanto di conservazione e godimento estetico. Considerazione, questa, tanto più significativa in Italia dove la politica dei beni culturali è stata storicamente concepita all'insegna della conservazione e della salvaguardia del patrimonio culturale. Un ambito nel quale il nostro Paese ha affinato competenze unanimemente riconosciute nel mondo, trascurando però la capacità di valorizzare tale patrimonio e di metterlo in relazione con quelli che dovrebbero esserne i fruitori: educandoli cioè al desiderio.
Che piacere, il museo. Un saggio sulla fruizione pubblica delle raccolte d'arte
Hugues de Varine ha scritto un libro contro i musei, che sostiene che il patrimonio culturale non dovrebbe essere solo conservato, ma utilizzato per lo sviluppo sociale sostenibile. De Varine afferma che il museo è un ripiego e che il patrimonio culturale e ambientale dovrebbe essere utilizzato per migliorare la società. Il libro è stato curato da Daniele Jalla e pubblicato dalla Clueb. De Varine sostiene che il museo dovrebbe essere un strumento politico per incidere sul territorio e che il patrimonio culturale dovrebbe essere utilizzato per la realizzazione di politiche locali. Il libro è stato definito "stimolante" e "sferzante" e trasuda passione.
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