Poteva essere una bella occasione il prossimo referendum. C'è bisogno di parlare di politiche ambientali e il contraddittorio sarebbe servito. Ma non è andata così e l'invito a disertare le urne da parte del Pd, il più grande partito italiano, non ha certo favorito il confronto e temo che abbia dato una ragione in più ai cittadini che si allontanano dalla politica. Come se non fosse allarmante il messaggio proveniente dall'area dell'astensione nelle competizioni elettorali. Tuttavia anche chi auspica il non voto, scansando il confronto, sa quanto siamo indietro nel programma che dovrebbe consentire all' Italia di rispettare gli impegni internazionali sul contenimento delle emissioni e della temperatura della Terra. È facile capire che solo un piano di conversione ecologica dell'apparato produttivo - con riguardo a energia e produzione, infrastrutture e governo del territorio, mobilità, agricoltura e cibo, ecc. -, può concorrere non solo alla difesa degli equilibri naturali del pianeta, ma a un nuovo modello di sviluppo che non verrà dallo sfruttamento cieco delle risorse deciso al centro e subìto localmente. I combustibili fossili non sono il futuro e la prevalenza dei Sì accelererebbe l'impegno per un piano energetico che predilige le fonti rinnovabili. Perciò la questione posta nel referendum non è un dettaglio. E d'altra parte c'è chi teme che un successo dei proponenti possa più in generale contrastare l'idea di liberare gli investimenti dalle valutazioni locali, per realizzare briciole di Pil - come prevede Sblocca-Italia. La Sardegna c'entra e su questo giornale si è dato conto delle proteste di amministratori sardi contro il provvedimento. Sorpresi di vedere il governo impegnato per favorire lo sfruttamento del territorio, per il suo impoverimento pure dove il futuro dipende dalla conservazione della natura. Su "Sblocca-Italia" si veda il libro gratuito nel sito Altraeconomia: tante opinioni prestigiose (Settis, Montanari, Salzano, Petrini, ecc.) contro il "doppio salto mortale all'indietro", la retorica del "fare" oltre le leggi, comprese quelle delle autonomie regionali, l' insopportabile disegno di non farle contare nelle decisioni sulle terre che amministrano, "accumulazione capitalistica per espropriazione", direbbe il geografo-politologo David Harvey. Tra le insidie le trivellazioni per ricavare inezie di gas o petrolio: nulla a che vedere con l'energia pulita, le politiche a tutela della salute, come vorrebbe il buonsenso richiamato dalle Regioni: bastava ascoltarle quando cercavano il dialogo, perché ora il linguaggio è un altro. "Serve un sistema che garantisca equilibrio tra poteri pubblici e petrolieri e tra diversi poteri pubblici" - dice il presidente del Consiglio Regionale della Basilicata dopo il coinvolgimento della ministra Guidi nello scandalo Tempa Rossa. Il riferimento alle lobbies - nello sfondo di tante decisioni romane - si fa inevitabilmente aspro. E non so se la polemica aiuterà a capire meglio le ragioni del Sì. Chi volesse informarsi potrà farlo con facilità su Internet. In sintesi: siamo chiamati a votare per impedire alle compagnie petrolifere di trivellare entro le dodici miglia in mare fino all'esaurimento del giacimento e quindi per stabilire una scadenza alle concessioni oggi senza un limite temporale. D'altra parte questa attività non è essenziale per il Paese. Il petrolio nei fondali del mare italiano garantirebbe solo 7 settimane di fabbisogno, e quelle di gas appena 6 mesi - stando ai calcoli di Legambiente che giudica abnorme l'affare per i petrolieri gratificati in Italia da condizioni economiche tra le più convenienti al mondo. A fronte di così scarsa utilità pubblica ci sono i rischi da non sottovalutare per l'ecosistema marino. Gli incidenti sono possibili e appunto irrimediabili come dimostra quello nel Golfo del Messico (2010) piattaforma Deepwater Horizon, il più grave inquinamento da petrolio mai registrato nelle acque degli Stati Uniti. Pensiamoci.