Paleontologo autodidatta dimostrò che il monte abruzzese e il Gargano erano le punte emerse di un grande arcipelago. Un fossile porta il suo nome PALENA. Erminio Di Carlo quando si sedeva in prossimità della vetta del monte Porrara, alto 2137 metri, vedeva cose che altri non potevano. Non si trattava di scrutare orizzonti lontani o mettere a fuoco particolari di un panorama, lui riusciva a vedere, con gli "occhi" della conoscenza storica, il mare che lambiva i suoi piedi e magari ne percepiva l'odore acre. Perché Erminio aveva scoperto le prove che testimoniavano la presenza del mare fino a Palena, quando la Maiella, il Porrara (monte che sovrasta Palena) e il Gargano erano le punte emerse di un grande arcipelago. Sono trascorsi milioni di anni da quel periodo, detto Messiniano, ma le testimonianze, i reperti fossili, sono giunti fino a noi anche grazie a Erminio Di Carlo. VITA. Nacque ad Arielli nel 1937, divenne un piccolo imprenditore. Fu un autodidatta della geopaleontologia stimato dal mondo accademico con il quale spesso collaborava. Scelse Palena come suo secondo paese. «Erminio», dice il sindaco di Palena Claudio D'Emilio «viveva il nostro paese con onore; era una persona eccezionale, amico di tutti. Con lui avevamo un rapporto quasi paterno, siamo onorati di averlo conosciuto e anche del fatto che grazie a lui noi abbiamo quel cammeo che è il museo geopaleontologico». È stato un ricercatore scrupoloso, presidente dell'associazione Majella Madre e fondatore del museo, Di Carlo ha dedicato la vita alla ricerca e allo studio di reperti fossili della Maiella e dei monti Morrone e Porrara. Da autodidatta è vissuto in un'osmosi fruttuosa con il mondo accademico. «Tutto ciò che riesco a scoprire, raccogliere e collezionare, lo sottopongo allo studio delle diverse Università», disse nel 2010 in un'intervista e, già minato dalla malattia, aggiunse: «Seguendo i sentieri delle mie montagne ho trovato la fonte e la conferma della mia fede in Dio». Sempre disponibile a rilasciare informazioni soprattutto agli studenti, occupa un ruolo importante della geopaleontologia nazionale, lui che con ironia amava definirsi «non un geologo. non un paleontologo ma solo Erminio Di Carlo». Le sue ricerche hanno svelato tasselli importanti della geopaleontologia portando per il territorio della Maiella orientale le lancette della storia a tredici milioni di anni fa, al Miocene medio. Ricercatore. Di quel periodo Erminio trovò diversi fossili oggi conservati nel museo geopalentologico di Palena: lo Spratelloides gracilis, oggi estinto nel Mediterraneo; il Fanteichthys torricellensis (dedicato allo scrittore John Fante, originario di Torricella Peligna) e Ranzania zappai (in onore del musicista Frank Zappa). Poi trovò il fossile di un raro pesce dragone - nel mondo ce ne sono solo tre - che l'università di Pisa ha chiamato, in onore dello stesso Di Carlo, Abruzzoicthys Erminioni. Di Carlo è conosciuto soprattutto per aver portato alla luce il rarissimo Prolagus, piccolo vertebrato (18 centimetri dalla testa alla coda) simile al coniglio, vissuto sei milioni di anni fa e rinvenuto alle pendici del Porrara, a Capo di Fiume (sorgenti dell'Aventino). MUSEO GEOPALEONTOLOGICO. Il Museo Geopaleontologico Alto Aventino fu aperto nell'Agosto del 2001 e allestito nel Castello Ducale di Palena. Nacque dalla collaborazione tra la Provincia, il Comune e la Soprintendenza per i Beni Archeologici per l'Abruzzo, che hanno creduto nella valorizzazione dell'importante collezione di Erminio Di Carlo. L'allestimento è costituito da tre sale: della Conoscenza, dell'Aventino e Palena. Nella prima sono illustrati didatticamente la storia e gli aspetti generali della geologia, della petrografia e della paleontologia; la seconda è dedicata al territorio, illustra la storia geologica e gli aspetti paleo-ambientali e paleontologici del Monte Porrara, della Maiella meridionale, dei Monti Pizzi e del paesaggio collinare inciso dal fiume Aventino. Nelle "Sale Palena" sono esposti e illustrati gli importanti reperti paleontologici recuperati presso il giacimento di Capo di Fiume: pesci, vertebrati, resti vegetali, molluschi, echinidi e crostacei del Messiniano. Oggi il museo è gestito dalla moglie di Erminio, Marisa, e da Giuseppe, suo figlio. GEOSITO DI CAPO DI FIUME. Lo studio dei pesci, dei vegetali, dei microfossili e della sedimentologia ha permesso di definire le caratteristiche dell'ambiente di fossilizzazione: una laguna con acque piuttosto calme, protette dalla turbolenza del mare grazie ad una barra di sedimenti sommersa che bloccava l'azione del moto ondoso. La presenza di questa barra creava le condizioni favorevoli all'ossilizzazione degli individui che vi morivano. Come detto, Capo di Fiume ha inoltre restituito uno scheletro di Prolagus. Progetti interrotti. Di Carlo aveva in programma di realizzare all'interno del sito di Capo di Fiume il "Miocenic park" un laboratorio per la ricerca dei fossili, «affinché», amava ripetere «la passione per la ricerca geopaleontologica possa essere trasmessa alle nuove generazioni». Quel desiderio oggi potrebbe rinascere. «Abbiamo già avviato un protocollo d'intesa» dice il sindaco D'Emilio «con alcuni Enti che hanno interesse».