Avere una ricchezza e non saperla valutare adeguatamente. Accade di possedere qualcosa di valore, ma di non rendercene conto. È la nostra "ricchezza estetica": il patrimonio artistico, architettonico e culturale diffuso sul territorio. Disponiamo una fonte di risorse (potenziali), ma non sappiamo utilizzarla in modo fruttuoso. La quotidianità nell'incrociare palazzi, piazze, siti, monumenti andando al lavoro, piuttosto che passeggiando per i centri delle nostre città, li rende usuali: fanno parte del nostro paesaggio. Ma è quando andiamo in un Paese estero che possiamo considerare quanta e qual è l'abbondanza di ricchezze diffuse di cui disponiamo. Oppure quando un monumento è danneggiato dall'incuria nostra o da visitatori maldestri e maleducati. O ancora quando un turista straniero si meraviglia per la quantità di opere presenti. Per un Paese come l'Italia che non dispone di materie prime pregiate, la storia ci ha lasciato un insieme di "risorse estetiche" che hanno poche eguali al mondo. E che se fossero ben utilizzate, potrebbero generare (e già oggi lo fanno) una parte significativa del prodotto interno lordo. Tant'è che l'ultimo rapporto annuale sul sistema produttivo culturale (Fondazione Symbola e Unioncamere) sottolinea come le imprese delle filiere culturali e creative producano 78,6 miliardi di valore aggiunto e contagino gli altri settori dell'economia fino a mobilitare complessivamente il 15,6 per cento del valore aggiunto nazionale (227 miliardi di euro), con Vicenza, Pordenone e Treviso che si collocano fra le prime dieci province in Italia (rispettivamente al 3, 4 e 5 posto). Le 443 mila 458 imprese del sistema produttivo culturale (di cui 54 mila 539 nel Nord Est, il 12,2 per cento) generano il 5,4 per cento della ricchezza prodotta in Italia, pari a 74,9 miliardi di euro. Se includiamo anche le istituzioni pubbliche e le realtà del non profit attive nel settore della cultura, tale cifra raggiunge gli 80 miliardi di euro circa (5,7 per cento della ricchezza nazionale). Insomma, possediamo un giacimento di tesori artistici, storici e culturali che dobbiamo valorizzare in modo sistematico. Quanto tale patrimonio sia frequentato e in che modo esso possa essere utilizzato al meglio è l'oggetto della rilevazione svolta presso la popolazione da Community media research. Poco meno della metà dei nordestini si può definire un frequentatore assiduo (45,5 per cento, oltre 4 volte l'anno) di mostre, musei, siti archeologici del nostro Paese, ma che vedono friulani e giuliani guidare nettamente la classifica (76,3 per cento). Mentre una quota analoga manifesta una presenza saltuaria (47 per cento, 1-3 volte l'anno), con una particolare accentuazione fra trentini e alto atesini (72,4 per cento). I più assidui a queste attività sono soprattutto le donne, gli studenti e gli adulti (55-64 anni), chi possiede una laurea. Dunque, anche sotto il profilo delle presenze e delle visite non sono pochi quanti dedicano parte del loro tempo libero a gustare le bellezze artistiche, ma sicuramente c'è un'area ancora ampia di persone di cui si può catturare l'interesse. Che ci sia uno spazio potenziale su cui investire non solo in termini di informazione sulle opportunità di visite, ma anche di consapevolezza della necessità di investire nella conoscenza culturale, è testimoniata dal fatto che meno dei due terzi dei nordestini (60,5 per cento) ritengano sia giusto pagare un biglietto d'ingresso nei luoghi della cultura, quota che cala drasticamente soprattutto in Trentino Alto Adige (27,6 per cento), mentre per i restanti due quinti (39,5 per cento) si dovrebbe entrare gratuitamente. Inoltre, per il 48,5 per cento il costo del biglietto è considerato eccessivo, mentre per il 35,5 per cento è adeguato e addirittura per il 16 per cento troppo economico. Sono soprattutto i residenti del Trentino e Alto Adige a sottolineare l'onerosità dei costi (78,7 per cento). Quindi, la maggioranza ritiene necessario pagare per visitare il nostro patrimonio artistico, ma una quota importante calcola tale costo eccessivo. Nel contempo, esiste una minoranza non esigua che valuta i patrimoni culturali del Paese un bene indivisibile e che in tal senso dovrebbero essere disponibili gratuitamente per tutti. Appare evidente l'incongruenza fra le attese di una parte non modesta della popolazione e le disponibilità calanti di risorse pubbliche che rende inattuabile la possibilità di fruire di luoghi culturali liberamente, poiché presentano un costo di manutenzione, oltre che di gestione, elevato. Dunque, servono risorse economiche per conservare e far fruttare i nostri beni. In questo senso, negli anni è avanzata - in verità con non poche difficoltà - la riflessione circa un'apertura ai privati nella gestione del patrimonio artistico e culturale dell'Italia. È sufficiente ricordare le polemiche e le difficoltà burocratiche che si materializzano quando qualche imprenditore intende intervenire nel restauro di un monumento o s'ipotizza la sua presenza nella gestione di un museo. A fronte di un 18 per cento che vorrebbe lo Stato come amministratore esclusivo, per converso e in misura diversa, si è fatta strada l'ipotesi di una compartecipazione dei privati finalizzata a valorizzare e a dare una gestione più manageriale alle nostre "risorse estetiche". La parte prevalente (65 per cento, soprattutto in Friuli Venezia Giulia: 89,1 per cento) intravede ancora lo Stato quale responsabile principale assieme al privato, mentre un'apertura maggiore alle imprese vede schierati complessivamente il 17 per cento degli interpellati (soprattutto fra i veneti: 18,2 per cento). Insomma, l'85,5 per cento considera auspicabile un'apertura (97,4 per cento in Friuli Venezia Giulia), mentre il 14,5 per cento valuta tale opportunità deprecabile. Quindi, i nordestini vedono favorevolmente l'ingresso dei privati, ma il confronto con il resto dell'Italia restituisce un'immagine mediamente più restia a un'apertura decisa. E ciò paradossalmente se consideriamo la particolare diffusione della cultura imprenditoriale in questi territori. Si auspica una maggiore valorizzazione e managerialità nella gestione del patrimonio culturale, a patto però che lo Stato continui a detenerne la guida e ne permetta una fruizione gratuita. Nel Nord Est l'ambito culturale costituisce una risorsa latente ancora da esplorare e da mettere a frutto in modo strategico. A fianco del sistema produttivo materiale, le "risorse estetiche" e immateriali sono un asset fondamentale, che già oggi producono una ricchezza sottovalutata. La loro contaminazione rappresenta un vero e proprio acceleratore economico e fa capire che, organizzandola bene, con la cultura si mangia.
Alleanza Stato-privati per aumentare i fruitori dei tesori del Nordest
Riassunto in 200 parole:
Il patrimonio artistico, architettonico e culturale diffuso sul territorio italiano è una "ricchezza estetica" che non viene valorizzata adeguatamente. La quotidianità nell'incrociare palazzi, piazze e siti storici rende questi luoghi usuali e non frequentati. Tuttavia, quando si visita un Paese estero o si vede un monumento danneggiato, si può apprezzare la quantità e la qualità di queste "risorse estetiche". L'Italia, in particolare, dispone di una ricchezza culturale unica al mondo, che potrebbe generare una parte significativa del prodotto interno lordo se bene utilizzata.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo