VERONA. Camicia stirata perfettamente, giubbino senza maniche, occhi bassi. E un sorriso difficile da trattenere. «Stanotte non sono riuscito a dormire, tutta questa storia mi ha distrutto. So che non è ancora finita, ma almeno non sono più là dentro». Vasile Cheptene ricomincia da qui. Dal negozio di articoli per la casa che gestisce da quattro anni insieme alla moglie a Porta Vescovo. Un sabato mattina speciale, atteso da quasi tre settimane. Da quando la polizia ha bussato a casa sua per arrestarlo con la pesantissima accusa di aver preso parte alla rapina di Castelvecchio e l'ha portato dietro le sbarre a Montorio. Quel carcere che ha lasciato venerdì sera, dopo il verdetto del tribunale del Riesame che l'ha rimesso in libertà. «Me lo sentivo, non vedevo l'ora di vedere mia moglie e di riabbracciare la nostra bimba. Ha un anno e mezzo appena, ed è molto legata a me - ricorda il moldavo ritenuto dagli investigatori il "consigliere" del capo della banda -. In carcere non parlavo con nessuno, non sapevo come comportarmi. Ho persino fatto lo sciopero della fame e ho perso 12 chili». Accanto a lui, il suo avvocato Massimo Dal Ben che proprio il giorno prima dell'udienza era riuscito a ottenere dal pubblico ministero il permesso di un colloquio con la moglie in carcere: «Ma alla vigilia dell'udienza avevamo buone sensazioni - conferma l'avvocato -. Tanto che Vasile non ha voluto nemmeno che gli fosse preparata una borsa con nuovi vestiti. Sentiva che sarebbe stato liberato». L'unico scarcerato dei cinque imputati che avevano impugnato l'ordinanza di convalida del fermo del gip Giuliana Franciosi. Un provvedimento contestato dal legale che ha puntato il dito contro l'interpretazione dell'accusa in merito frequenti contatti telefonici riscontrati tra Cheptene e Vasile Mihailov (uno degli autori materiali della rapina arrestato in Moldavia) il giorno prima e la sera stessa del delitto. Per il gip, infatti, «la significativa collocazione spazio-temporale di queste telefonate non può rivelare altro che il pieno coinvolgimento dell'indagato nella perpetrazione della rapina». Ma la difesa, in sede di Riesame, ha evidenziato che, non essendo possibile conoscere il contenuto di quelle telefonate, risulterebbe difficile ipotizzare che il Mihailov si sia fatto «guidare» a distanza da Cheptene durante il colpo. Quest'ultimo non nega di conoscere il rapinatore, ma non vuole entrare nel merito della vicenda che lo vede ancora indagato per concorso in rapina. «So che il processo va avanti - commenta -, ma ora mi auguro solamente che vengano ritrovati i quadri». Quelle opere di cui, intercettato dagli investigatori, parlava con Mihailov. Era stato lui a dare consigli al connazionale impegnato nel trasporto all'estero delle 17 tele. E quando il bottino era già stato trasferito, forniva ancora indicazioni, come ricorda il gip Franciosi: «Consapevole della pericolosità della situazione, Cheptene invita Mihailov a prestare attenzione cercando di prendere tempo, suggerendo, se le cose dovessero volgere al peggio, al Mihailov addirittura di negare di essere in possesso dei quadri e di inventarsi di averli bruciati tutti». Sapeva che i capolavori di Castelvecchio erano arrivati almeno fino in Ucraina, ma finora non ha mai rilasciato dichiarazioni davanti ai magistrati avvalendosi della facoltà di non rispondere nel corso del fermo e della successiva convalida. E anche ora che è tornato in libertà, a precisa domanda, abbassa lo sguardo e si limita a ripetere: «Mi auguro che li ritrovino al più presto». Poi lancia uno sguardo alla compagna: «Riprenderò a lavorare qui con lei. Dobbiamo ancora finire di pagare il mutuo per la casa».