Da diversi anni i cartelloni pubblicitari tappezzano sia edifici privati, come nel caso di corso Como (ad oggi sono interessati gli immobili dei civici 3, 8 e di quello ad angolo con piazza XXV Aprile), sia quelli pubblici. Già nel 2000 scoppia la polemica a Palazzo Marino per i cantieri fantasma installati per guadagnare grazie alla vendita di spazi pubblicitari. Le zone interessate, all'epoca, sono via Pontaccio, via dell'Orso, San Babila, corso Buenos Aires. L'assessore allora responsabile del settore, Giorgio Goggi, promette l'istituzione di limiti e accertamenti a tappeto per smascherare i lavori «inventati» per lucrare. Anno 2003. Caselli daziari di Porta Venezia. L'Associazione Panificatori, che si fa carico del restauro delle strutture iniziato col nuovo millennio, chiede una proroga. Più tempo per i ponteggi, maggiori incassi dalla pubblicità. «Senza i cinque mesi aggiuntivi, non riusciamo a coprire i costi» spiega il presidente dell'associazione, che invece Palazzo Marino accusa di voler far cassa tramite i ponteggi. Un dibattito che continua per tutto l'anno e giunge a una proroga concessa ai Panificatori fino al 31 dicembre. La questione si riapre nel 2005. Nell'occhio del ciclone stavolta ci sono i luoghi pubblici. Il Comune passa al banco degli imputati per aver invaso la città di réclame. La Colonna del Verziere, la lapide e il pozzo di piazza Mercanti, il Palazzo di Giustizia sono restaurati con gli introiti pubblicitari. Ma i cittadini protestano per il mancato rispetto dei simboli meneghini. «Serve un piano che fissi gli impianti e le tipologie delle pubblicità», ammette in quel caso Gianfranco Lucini, presidente della commissione Pubblicità e arredo urbano. Indici puntati contro la Veneranda Fabbrica invece nel 2007, quando il marmo rosa di Candoglia viene ricoperto per finanziare i restauri del Duomo. «Il Comune non ci supporta, è l'unico modo per sostenere il peso economico dei lavori», si giustifica monsignor Luigi Manganini. La guerra della pubblicità registra gli ultimi atti nel 2012, con la basilica di San Babila coperta dalla pubblicità di un giovanotto «inchiodato» a terra dal tacco a spillo di una donna, e il Castello Sforzesco. La torre del Filarete è sistemata grazie alla campagna abbonamenti del Milan. Un connubio tutto meneghino. Ma il malcontento, in questo caso, è solo interista.