I recenti provvedimenti di riforma nel settore dei beni culturali voluti dal ministro Dario Franceschini hanno introdotto novità, quali il conferimento d'incarichi dirigenziali a cittadini di altre nazionalità, come si fa del resto in tutto il mondo, e la creazione di un Istituto centrale per l'archeologia che, se gestito come l'Istituto centrale per il restauro, potrebbe costituire un nuovo vanto per l'Italia. QUESTI aspetti positivi, a mio avviso, non sono però sufficienti e rischiano di rimanere inefficaci in un sistema indebolito nelle strutture tecnico- scientifiche e accresciuto a dismisura nell'apparato burocratico, con sovrapposizioni illogiche e procedure paralizzanti. Ne è risultato che la gestione dei beni culturali diviene sempre meno efficiente. Basterà osservare le novità riguardanti Roma. Un istituto di comprovata capacità e di grandissimo prestigio internazionale, come la Soprintendenza archeologica di Roma, è stato smembrato e alcune sue parti sono diventate autonome: il Museo nazionale romano, la zona archeologica di Ostia, la via Appia. L'antica area urbana è stata separata dal suburbio, ora affidato ad altra soprintendenza. L'area racchiusa nella cinta delle Mura aureliane, le quali non hanno mai delimitato l'estensione della città antica, è diventata una soprintendenza per le antichità, i monumenti medievali e la città moderna, beni artistici inclusi. È stato così abbandonato il principio della competenza scientifica nell'esercizio della tutela e della conservazione, ed è stato anche infranto il criterio della gestione unitaria di un contesto inscindibile qual è il tessuto archeologico di una città antica, e in particolare di una città come Roma. Non diversamente è avvenuto nel resto dell'Italia. È difficile ammettere che la responsabilità ultima di scelte affidate a un soprintendente, riguardanti un patrimonio d'incomparabile importanza e complessità, come quello archeologico di Roma, possa essere assunta senza specifiche e approfondite conoscenze disciplinari. Lo stesso può dirsi del Museo nazionale romano. Separato dalla soprintendenza, come tutti gli altri musei e complessi monumentali, è stato enucleato dal contesto territoriale senza riguardo per la sua vocazione scientifica. I musei italiani grandi e piccoli, di antichità e di arti figurative, si sono sempre accresciuti mediante ricerche svolte direttamente nel territorio cui afferivano, ed hanno così anche fornito gli strumenti per tutelarne i caratteri storici: basterebbe questo per comprendere che le soprintendenze non sono altro che la versione moderna dei musei, e che d'altra parte a musei in tal modo costituiti non possono essere sottratti compiti d'indagine nel loro ambito territoriale. Questo stato di cose ha creato diffuso malessere e dissenso non solo nel settore dei beni culturali, ma anche del mondo accademico: è infatti comune a entrambi gli ambienti il disagio che proviene dalla vanificazione dell'attività formativa. Mentre le nostre istituzioni languono in desolante solitudine scientifica, i giovani preparati per garantirne il funzionamento si disperdono in altre attività, oppure sono costretti a cercare all'estero le opportunità per mantenere i propri interessi di studio e di ricerca. Questo è il primo e maggiore spreco cui si dovrebbe porre rimedio. Vi è quindi un senso di delusione per l'occasione perduta di una riforma che avrebbe potuto recare un rinnovamento d'intenti. Una riforma non fondata sulla mercificazione di musei e monumenti, così sottratti alla loro primaria funzione, quella di essere strumento di educazione, di cultura, di cosmopolitismo. Una riforma capace di perseguire anche obiettivi di risanamento economico rivolgendo attenzione al recupero delle risorse storiche e artistiche ancora latenti di cui dispone l'Italia.
Beni culturali la città divisa dalla riforma
Il ministro Dario Franceschini ha introdotto novità nel settore dei beni culturali, come il conferimento di incarichi dirigenziali a cittadini di altre nazionalità e la creazione di un Istituto centrale per l'archeologia. Tuttavia, queste novità non sono sufficienti per risolvere i problemi del sistema, che è indebolito nelle strutture tecnico-scientifiche e accresciuto nell'apparato burocratico. La gestione dei beni culturali diventa sempre meno efficiente, come dimostra la smembratura della Soprintendenza archeologica di Roma e la creazione di nuove soprintendenze autonome.
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