Caro direttore, l'intervento di Attilio Belli sul Corriere del Mezzogiorno del 22 marzo richiede alcune considerazioni. Egli si rifà al contenuto del suo recente libro: «Urbanistica e potere a Napoli», che delinea le tormentate vicende urbanistiche cittadine negli ultimi decenni. Belli è un urbanista di provata esperienza, già docente della Facoltà di Architettura, e sul giornale ha ora riepilogato i termini della posizione attuale dell'Acen, che auspica una strategia di rigenerazione urbana sorretta da una moderna concezione di partenariato pubblico-privato. Impostazione che ritengo condivisibile. Egli riferisce inoltre la dichiarazione della candidata Pd Valeria Valente, che «pensa a un progetto di rigenerazione da candidare al piano Juncker»: affermazione nebulosa, ma che sottende una rigenerazione di grandi proporzioni, e che diventa ben decifrabile se si riflette che la Valente è stata definita «eterodiretta» (industriale Menniti sul Corriere , 13 marzo scorso). Alle sue spalle è il gruppo del Pd che fa pressione per uscire dal presunto immobilismo e dalla «mummificazione» del Centro storico di Napoli (traduzione: annullamento del Pr e del regime vincolistico che tutela il Centro storico-Unesco). Ma su queste basi «culturali» la Valente non arriva nemmeno al ballottaggio. Belli ha le idee chiare quando postula che per la rigenerazione urbana il Comune dovrebbe «dotarsi di un volano edilizio pubblico per accogliere a rotazione i residenti delle aree da rinnovare»; e soprattutto quando sottolinea la necessità di affrontare prioritariamente l'emergenza sismica e geologica delle «Zone rosse» dell'area vesuviana e di quella dei Campi Flegrei. Dimostra invece di essere ancorato a concezioni veterointerventiste quando parla di «nuova urbanistica» intesa quale superamento della conservazione tout court dell'edilizia esistente nei centri storici (cosa non vera perché il Pr consente la demolizione della diffusa edilizia-spazzatura postbellica). In quanto, egli dice, «non tutto è storico». Dimentica che il Centro storico di Napoli ha ottenuto, su richiesta di Italia Nostra, il riconoscimento Unesco quale patrimonio dell'umanità; e che ciò comporta l'obbligo sancito di conservarlo nella sua integrità. Peraltro ciò che è storico, Belli lo lasci valutare agli storici dell'arte. Purtroppo egli si riafferma nostalgico del famigerato Regno del Possibile, promotore nel 1986 di un progetto, sventato da Italia Nostra, che secondo grandi urbanisti: Benevolo, Insolera, Cervellati, e, a Napoli, Loris Rossi e De Seta, riproponeva gli ottocenteschi, anacronistici sventramenti che avrebbero fatto perdere la memoria storica della città. Per di più Belli identifica gli inconsulti interventi urbanistici previsti dal Regno quali strumenti validi come azioni anticamorra: e pensare che abbiamo da tempo attestato che dopo le demolizioni volute nelle aree alte dei Quartieri spagnoli i nuovi, costosi quartini panoramici sarebbero stati acquistati dai boss locali... Bisogna invece dare atto al presidente dell'Acen Tuccillo, che al riguardo ha scritto in AA. VV., «Rigenerazione e riqualificazione urbana» (Napoli, 2015, p. 35): «centro storico di Napoli: rispetto ad esso sono necessarie attività di salvaguardia e messa in sicurezza, da realizzare con le più moderne e meno invasive metodiche di diagnostica e di intervento». È da riconoscere che gli attuali costruttori sono degli imprenditori. Anzi andrebbero invitati a effettuare corsi presso la Facoltà di architettura.
Il centro storico di Napoli è patrimonio Unesco, tuteliamone l'integrità
Un articolo del Corriere del Mezzogiorno del 22 marzo ha attirato l'attenzione di Attilio Belli, urbanista e docente della Facoltà di Architettura, che ha espresso le sue opinioni sul progetto di rigenerazione urbana dell'Acen. Belli sostiene che la strategia di partenariato pubblico-privato è condivisibile e che il Comune dovrebbe dotarsi di un volano edilizio pubblico per accogliere i residenti delle aree da rinnovare. Inoltre, Belli sottolinea la necessità di affrontare prioritariamente l'emergenza sismica e geologica delle Zone rosse dell'area vesuviana e dei Campi Flegrei.
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