Antonio Ligabue a Palermo, Hopper a Bologna, Mirò a Milano, Pollock a Firenze. E a Napoli? Primavera pigra, come un anno fa. Nessuna mostra «blockbuster» coi grandi nomi dell'arte. Perché? A voler essere cattivi potremmo citare, per Napoli, i disegni su Totò fissati dal Comune nei cartelloni stradali e sistemati in stazione o la trovata del museo Madre del «biglietto sospeso» sul cliché del caffè sospeso; a voler essere obiettivi c'è la mostra «Mito e Natura» dell'Archeologico, che però recupera molti pezzi dallo sterminato deposito e divide la gloria dell'esposizione con gli Scavi di Pompei. In più una mezza beffa: la Reggia di Monza si stringe intorno alla Flagellazione del Caravaggio preso in prestito da Capodimonte mentre il museo di Capodimonte langue. Al pari dell'anno scorso la storia si ripete: il capoluogo campano resta privo di esposizioni «blockbuster», quel tipo di eventi commerciali - eh sì - e culturali che oltre ad attirare turisti ed esaltare i napoletani (la fila chilometrica per il vernissage di Warhol al Pan nel 2014) piazzano una bandierina nella mappa internazionale dell'arte. Invece restiamo alla finestra. Provate a sfogliare riviste di settore e non: tra gli appuntamenti Napoli c'entra per scommessa, raramente o con le «mostre impossibili» in cui dipinti famosi si proiettano sul muro (sic) . Il discorso vale ovviamente al netto dei tesori già presenti in loco: anche Firenze e Venezia ne contano a bizzeffe ma concedono volentieri copertina a vip dell'arte antica e moderna. L'ultimo colpo da noi è stato il citato Warhol, comunque il minimo sindacale per la città che già serba in pancia tanti Vesuvius e tele distribuite tra gli amici della borghesia cittadina. Oppure la fiera testa d'uomo firmata da Antonello da Messina a Palazzo Zevallos nei giorni di Natale. La giunta de Magistris potrebbe essere esentata da colpe causa predissesto. E invece no. Nicola Spinosa ebbe a dire che l'assessorato guidato da Nino Daniele avrebbe potuto far sua la mostra sul Seicento napoletano applaudita a Montpellier. Operazione onerosa sì «ma dissero che non c'erano risorse, eppure per i festival della pizza i fondi si trovano sempre». Poi ci sono la Regione (con Sebastiano Maffettone, consigliere di De Luca) e il Mibact retto da Franceschini, che i soldi ce li avrebbero. Ma per compulsare l'istituzione pigra ci vorrebbe di partenza un'idea valida - in senso scientifico e di marketing - da sottoporre a una task force di privati (le Fondazioni ma anche Borsa Italiana) e pubblico. Ciò avviene di rado e, si badi, non per sordità del Palazzo: da tempo la politica è recettiva giacché non considera più la cultura roba polverosa bensì utile vetrina. Guardate Bologna. Ospita Hopper grazie a un team di sponsor: Fondazione Carisbo, Genus Bononiae, Arthemisia Group con il Comune e il Whitney museum di New York. Una luce, è vero, s'accenderà tra un po' con la retrospettiva di Mimmo Jodice al Madre. Ma la questione di fondo resta: Napoli e la Campania si nascondono dietro l'alibi delle casse vuote o scontano una inesorabile pigrizia politica?