Ecco i disegni di Zeffirelli per la sua scuola nell'ex tribunale: «Ma il Comune si svegli» Roma. Alle 20 del venerdì di Pasqua la tv non ha ancora dato la notizia della morte di Paolo Poli. Franco Zeffirelli è già a letto. «Lo sveglio? Non lo sveglio?»; il figlio Pippo oscilla nel dubbio. «Gli era così affezionato, non posso dargli una notizia del genere, non la reggerebbe». Al mattino la foto di Poli è su tutte le prime pagine: «Voglio tenerlo il più possibile al riparo da tanta tristezza» prosegue Pippo anche il giorno dopo. Tanto diversi sono stati per tutta la vita, l'austero maestro Zeffirelli e la geniale maschera teatrale Poli di sei anni più giovane, tanto il loro legame è rimasto forte. Uniti da una solida fiorentinità ma anche dal cinema a partire dal film d'esordio di Zeffirelli, Camping , nel 1957 e da lunghi tratti di strada percorsi assieme. Ma all'ora di pranzo l'incantesimo svanisce sotto forma di necrologio televisivo. Zeffirelli lo vede, sprofonda in un silenzio nervoso. Il telefono squilla, lo cercano per avere il suo ricordo dell'amico. «Non ce la faccio», risponde secco. L'«Inferno» a Firenze «Vorrei morire all'estero, come Dante» diceva scherzando come era suo solito, Paolo Poli. Invece si è spento a Roma. E da Roma è proprio a Dante che il maestro Zeffirelli ha dedicato le sue energie in questi mesi. Per i suoi 93 anni, compiuti lo scorso 12 febbraio, ha finito di scrivere un nuovo libro. È ancora senza titolo, ma con una linea molto precisa: parlerà «della storia della città da Dante alla costruzione della Cupola del Brunelleschi» ci racconta. Con un taglio storico ma «molto personale» tra «elogi e invettive» alla città. Molto dantesco nel piglio appunto; un Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande declinato sull'esperienza del maestro che si sente sempre più «fuggiasco» dalla sua città «preda di cretini e cretinaggini». Ha dedicato questi ultimi due anni a un sogno, la sua Scuola-museo per le Arti dello Spettacolo che sorgerà nell'ex Tribunale di San Firenze: un testamento artistico da lasciare alle giovani leve che vorranno intraprendere il mestiere di scenografo, di costumista, disegnatori e artisti di varia estrazione da applicare alla lirica, al teatro, al cinema. Un anno fa la promessa da parte del Comune di Firenze che l'avrebbe inaugurato per il compleanno, il 12 febbraio. «Ma la burocrazia è un drago contro cui nessun San Giorgio può vincere» e per adesso è ancora tutto su carta, in attesa. La sua villa, immersa nel verde della periferia sud di Roma, tra Capannelle e l'Appia Antica, è un laboratorio dove i preparativi non si fermano mai e gli scatoloni, ricolmi di oltre settanta anni di arte, sono in attesa del trasferimento. Si studiano i dettagli, si preparano i 400 bozzetti: «Al primo piano di San Firenze ce ne stanno al massimo 280, ed è già tutto pronto al dettaglio» spiega Pippo. C'è anche molto del suo Dante che attende da quarant'anni di uscire allo scoperto: tra l'infinita collezione di disegni troviamo infatti la sequenza completa degli storyboard che nel 1972, subito dopo aver finito Fratello Sole, Sorella Luna , Zeffirelli preparò per un ambizioso progetto cinematografico sull'Inferno con Dustin Hoffman nei panni del poeta. Ma per peripezie produttive non vide mai la luce. La serie di illustrazioni e didascalie scritte a mano avrà un posto speciale nel nuovo allestimento: proiettata un pezzo dopo l'altro come un documentario al primo piano dell'ex Tribunale. «Una nuova visione si apre agli occhi di Dante e Virgilio appunti in stampatello accompagnano lo schizzo di gambe in fiamme, i Simoniaci, sprofondati in figure geometriche traslucide tra fumo e roccia lavica una valle che sembra il pavimento prezioso di una cattedrale...». Disegni di uno Zeffirelli allora nemmeno cinquantenne, che si muovono come un film allo scorrere delle pagine: verdi e blu le arcigne Arpie del settimo Cerchio, atmosfera di deserto all'alba per l'attraversamento dello Stige, le Erinni nella città di Dite di rame e fiamme, un Minosse con le sembianze di Buddha. Suona la sveglia «Dovrei dargli una bella sveglia» tuona all'improvviso stringendo i pugni seduto sulla sua sedie a rotelle. «Dovrei dire basta e portare via il progetto da Firenze. Potrei anche allestire questa casa per ospitare la scuola». Il tono scende con la delusione e si impenna con l'arrabbiatura. «Ho scelto Firenze, l'ho scelta per amore, e rimango di questa idea. Anche se non se ne può più di ostacoli e problemi, politiche scellerate che da anni svendono la città agli interessi turistici. Questo progetto è un tale regalo alla città che non può essere sempre sottoposto a un ricatto continuo su chi paga cosa. Non si rendono conto del regalo che voglio fargli e imbrigliano la città in infiniti livelli sovrapposti di decisioni, una gran confusione tra uffici, tra Palazzo Vecchio e la Sovrintendenza, interessi contrapposti». Non si riferisce solo «ai dispetti che hanno fatto a me, che nemmeno me li ricordo tutti da quanti sono»; il maestro si preoccupa «che a Firenze non è più venuto fuori un nuovo pittore, un nuovo musicista, perché chi governa non fa nulla per permettere ai talenti di sbocciare». Arriviamo a casa Zeffirelli in contemporanea con il postino che lascia una lettera, firmata Dario Nardella: «Caro Maestro scrive il sindaco, legge Zeffirelli con Cristina Giachi stiamo lavorando per appianare tutte le difficoltà burocratiche affinché un'operazione bella e difficile come il centro di alta formazione per le arti sceniche possa trovare attuazione». Parole rassicuranti. Tranne una: «difficoltà». Che fanno seguito «all'ennesima battuta d'arresto» come spiega il figlio e principale collaboratore, Pippo. «Solo adesso Palazzo Vecchio ci ha avvertito è ancora Pippo che fino a quando non saranno assegnati tutti gli spazi in "convivenza" a San Firenze, non potremo partire con i lavori». Della «convivenza» si parla da mesi, sempre spiegando che il progetto Zeffirelli sarebbe stato «capofila», o almeno così era fino a poco fa. «Non possiamo più essere noi i capofila prosegue perché dovremmo intestarci le spese di tutto il palazzo, bollette, affitto». La firma sull'accordo slitta ancora. È passato un anno da quando fu annunciata «imminente». «Firmiamo a fine aprile... o almeno così speriamo. A questo punto il verbo "sperare" lo uso sempre». L'archivio del maestro che vedremo esposto in San Firenze attende stipato in tre stanze sul retro: la scenografia del Falstaff di Roman del '64 si specchia in quella del Pagliacci del Metropolitan, una Carmen tutta a china incontra l'Aida di Tokyo vicino ai disegni preparatori di Venti zecchini d'oro e al ritratto a olio di Robert Powell, il suo Gesù di Nazareth televisivo del 1977. Poco distante i modellini delle messinscene d'opera che il maestro allestiva dopo aver finito i bozzetti: fermi immagine plastici di Turandot , dell'ultimo Pagliacci portato al Teatro Comunale di Firenze 15 anni fa. I progetti dell'allestimento svelano un ingresso monumentale, una grande scalinata circondata da statue di Verdi e altri compositori a salutare chi si affaccia. In Sala Musica un portico ospita il suo pianoforte, tutto intorno un profluvio di statue provenienti dalla sua villa romana, comprese le due che gli regalò mezzo secolo fa Luchino Visconti per l'inaugurazione della casa e che ora fanno da sentinelle di guardia alla piscina. Nel cortile all'aperto dovrebbe sorgere un ristorante: il maestro ha anche disegnato il dehor in ghisa e vetro «ma la sovrintendenza ce lo ha già bocciato». Dolly, Berlusconi e le elezioni romane «Questa è Dolly, il mio amore». Appena entrati il maestro fa le presentazioni: quattro cani, due coppie di sorelle. La più piccola, Dolly, un Jack Russell, «è la più dolce, la mia preferita». Non si stacca mai da lui, né lui da lei. «Dormiamo insieme». Poi c'è Blanche, tutta bianca. Cani incorniciati nelle foto, cani di terracotta sulle mensole, statue di cani. Il maestro parla con un fil di voce. Che si alza, si accende, se trascinata da un moto di indignazione. Quando parla di Firenze «serva di una politica miope» o della Scuola-Museo, «la cosa più importante che mi rimanga nella vita». Arrabbiarsi lo sfianca subito, lo sguardo si intristisce. A tavola ritrova il sorriso: la famiglia «allargata» ai dipendenti è riunita e il vassoio girevole propone spaghetti al pomodoro e carne macinata al sugo. Ci sono Pippo e Luciano, i due figli adottivi. Poi Federico, il badante. E Loretta, la segretaria in nero con il suo ufficio nell'ala della villa adibita a studio, immersa tra bozzetti e disegni. Si parla di politica e la nostalgia per «la promessa mancata» del berlusconismo come rivoluzione liberale è palpabile. Il maestro tiene ancora appesi i manifesti elettorali di quando si candidò al Senato con Forza Italia 22 anni fa. «Non voto più» dice. Federico, invece, giovane e battagliero, ha da poco abbracciato il Movimento 5 Stelle. Interviene Pippo: «Meloni sindaco di Roma? Non la si può votare». La stufa a legna ha il fuoco sempre acceso. Il giardino è un tran-tran di lavanderia, garage, piante da curare. Ma il cuore della casa sono le due stanze di rappresentanza: il «Salone grigio» con le opere d'arte e la sala delle foto e dei cimeli che ritraggono Zeffirelli nel mondo: con Bush, Reagan, Bob Kennedy e Putin, con la moglie di Jimmy Carter, con entrambi i coniugi Clinton, l'ex e la probabilmente prossima presidente degli Stati Uniti. Sulla parete centrale una bellissima copia della Gioconda che si è fatto fare a inizi anni Novanta per un film mai andato in porto e che forse si sarebbe intitolato I fiorentini , dedicato a Leonardo, Michelangelo e alla famiglia dei Medici. A dipingerla è stata Lila De Nobili, celebre scenografa italiana che ha collaborato a lungo con Zeffirelli, soprattutto ha firmato le scene di una delle edizioni più famose di sempre dell'Aida alla Scala, che ancora le conserva in teatro. «Avrebbe dovuto essere il ritratto su cui Leonardo lavorava nel film». Ai lati una collezione completa di stampe di Firenze d'epoca provenienti da Artimino che il maestro ha comprato all'asta. «C'è un pezzetto di Firenze in ogni angolo. Come se non me ne fossi mai andato».