Grandi e intatte spiagge demaniali, cioè di tutti, potranno essere concesse a privati per mega-strutture turistiche, in soli quattro mesi e col meccanismo del silenzioassenso. Basta che passi l'articolo 14 del disegno di legge sulla competitività (turistica, in questo caso) in discussione da domani alla Camera. Articolo sciagurato, degno figlio della concessione novantennale (in pratica, una vendita) degli arenili demaniali, che soltanto l'indignazione di un'opinione che s'indigna sempre meno ha seppellito o almeno rinviato. A riprova che, se potesse, questo governo venderebbe il patrimonio pubblico a fette per la gioia degli immobiliaristi vecchi e nuovi, nella legge sulla competitività è stata inserita questa norma la quale autorizza sulle spiagge demaniali libere (le più appetite dalla speculazione) grandi insediamenti turistici "di qualità". Cioè? Insediamenti turistici che occupino perlomeno 250 persone. Il che vuol dire, come minimo, hotel decisamente importanti o villaggi turistici. L'opposto di quelle strutture leggere, esterne alla fascia più propriamente pubblica, rimuovibili adatte al turismo rispettoso dell'ambiente e del paesaggio che un Paese intelligente può consentire senza dissipare in cemento la propria bellezza, patrimonio di tutti. Certo, i costruttori dovranno presentare uno studio di fattibilità del progetto. Certo, restano ferme le salvaguardie previste dal Codice Urbani. Queste ultime, peraltro, notevolmente indebolite rispetto a quelle preesistenti: non c'è più il potere di bocciatura da parte delle Soprintendenze; è stato reso soltanto consultivo il loro parere preventivo. Le Regioni poi vengono invogliate ad essere più arrendevoli: la loro quota sui canoni di concessione salirà infatti dal 10 al 20 per cento. Importante, perché il disegno di legge affida alle Regioni la regìa degli accordi di programma in proposito. Che per di più godranno di una procedura accelerata e semplificata. Col premio finale di un bel silenzio assenso. «Un immenso pasticcio» il cui vero scopo è quello di aprire ai privati un uso esteso del bene collettivo rappresentato dalle spiagge demaniali. Così commenta il Wwf Italia. Tali norme, oltre tutto, rappresentano una evidente invasione di campo nelle competenze regionali. Se approvate, premierebbero quelle Regioni, a cominciare dalla Sicilia, le quali hanno consentito di tutto alle spalle degli arenili demaniali (e pure su di essi), convalidando in linea di principio la loro politica dissennata. Mentre punirebbero Regioni come la Sardegna che, con la Giunta Soru, ha adottato un decreto salva-coste stabilendo : a) un vincolo permanente di inedificabilità entro la fascia dei 300 metri dalla battigia ; b) un vincolo transitorio di inedificabilità, in attesa dei nuovi piani paesistici, tra i 300 metri e i 2 Km . Come dire che dal governo centrale guidato da Silvio Berlusconi (che sempre immobiliarista nasce) ci si devono aspettare soltanto cattivi esempi ed incentivi a proseguire nella distruzione del patrimonio ambientale. La "filosofia" del centrodestra berlusconiano è sempre più chiara : tutto ciò che è patrimonio pubblico va, nella più ampia misura possibile, privatizzato. L'interesse generale, collettivo evapora e viene sostituito da tanti interessi individuali. Il governo cerca così di "fare cassa", nel disperato tentativo, largamente fallito, di ridurre le imposte e di turare le falle aperte nel bilancio dello Stato da una politica rivelatasi disastrosamente inefficiente oltre che populistica. Una politica che, coi ripetuti condoni in vari ambiti, ha minato ancor più il debole senso civico dei cittadini spingendoli all'evasione (fiscale, contributiva, ecc.) e alle violazione delle norme urbanistiche, in attesa di nuove sanatorie. Nel settore ampio e strategico dei beni culturali di proprietà pubblica il governo Berlusconi ha letteralmente ribaltato un principio-cardine vigente in Italia già negli Stati pre-unitari (come Granducato di Toscana e Stato Pontificio) : non più tutti questi beni sono inalienabili salvo eccezioni, ma tutti divengono alienabili salvo eccezioni. Tocca stabilirle a Soprintendenze già sepolte di pratiche e con pochissimi tecnici. Per "fare cassa", si sono ovviamente semplificate e accelerate le procedure. Di qui l'uso sempre più ampio delle cartolarizzazioni che, come ha più volte dimostrato uno specialista, il prof. Giuseppe Pisauro, erano fino a ieri tipiche di Paesi emergenti (Venezuela, Messico, ecc.) di dubbia fama finanziaria. Esse dovevano presentare tassi di interesse più bassi rispetto ai titoli pubblici standard e invece pagano interessi maggiori. Dovevano servire a mandare a Bruxelles bilanci presentabili, e invece, nel 2002, Eurostat ha bocciato proprio le cartolarizzazioni di immobili e del lotto. Ceduti gli immobili pubblici, con gli inquilini dentro, alle varie Scip, Società Cartolarizzazione Immobili Pubblici srl" (col 50 per cento di capitale olandese fra Stichting Thesaurum e Stichting Palatium), dovevano venire accelerati i processi di dismissione. Cosa che per lungo tempo non è avvenuta. Certo, il governo centrale ha spinto alcuni grandi Comuni e talune Regioni ad imitare questo disinvolto modello. Così la Regione Lazio ha cartolarizzato 39 ospedali pubblici su 41 cedendoli ad una sua società da cui ha ricavato una certa entrata (un pannicello caldo per il deficit della Regione, fra le più indebitate), ma alla quale ora deve continuare a pagare un affitto. Il Tesoro ha insistito in questa strategia, a danno di Inps, Inail e Inpdap le cui sedi (rispettivamente 43, 22 e 8 immobili) - se il Consiglio di Stato non correggerà, come si spera, un primo giudizio del Tar del Lazio - verranno messi all'asta ad un valore sottostimato e a tempi brevissimi. "Uno splendido assist alla speculazione finanziaria e immobiliare", l'ha definito Franco Lotito dell'Inps. Lo stesso meccanismo sta investendo gli immobili della Difesa, abitati per lo più da pensionati a reddito medio-basso o basso, i quali non potranno certo comprare quegli alloggi. Intanto sta per partire, dopo Scip 1 e Scip 2, anche Scip 3, senza tener conto - osserva Pisauro - che "le cartolarizzazioni non sono semplicemente un'anticipazione di entrate. Esse hanno un costo e, in un'ottica pluriennale, costituiscono un onere per la finanza pubblica". Ma intanto, come spiegano bene Giuseppina Paterniti e Angelo Fodde nel bel libro- inchiesta "Lo stivale di carta" (Editori Riuniti), "prima si cartolarizza, poi, da una cartolarizzazione all'altra, si cambiano le regole, poi si vende d'urgenza a trattativa privata, poi si ricambia la cartolarizzazione, poi si decide di vendere a trattativa privata senza urgenza e, infine, si decide di vendere e riaffittare". Come ha fatto Storace con gli ospedali del Lazio. Dalla finanza creativa a quella distruttiva. Chi vivrà, vedrà. Già, ma cosa vedrà? Macerie fumanti, temo.