Macchinari dal Seicento in poi in esposizione permanente nel centro storico La tragedia di Giulio Regeni, il giovane ricercatore universitario italiano assassinato in Egitto dopo che su di lui, secondo quanto ha evidenziato l'autopsia, sono state compiute inenarrabili violenze, riporta all'attenzione dell'opinione pubblica un tema, quello della tortura, del quale non si parla mai abbastanza. Garage, scantinati, capannoni, stazioni di polizia o penitenziari sono i luoghi nei quali ancora oggi, nei regimi totalitari, ma talvolta perfino nei paesi democratici, si esercita la violenza ai danni di chi è prigioniero e dal quale si ritiene di poter estorcere notizie utili. Visitare il museo delle torture che ha aperto da alcune settimane a Napoli, su iniziativa di Oscar Mattera e Paolo Lupo - entrambi tra gli animatori dell'associazione Napoli storia e cultura - e che ha sede in vico Santa Luciella ai Librai 18b, nel centro storico, è un'occasione di ricordare a se stessi fino a che punto di disumanità possano giungere gli aguzzini e di prendere coscienza della necessità che quanto è accaduto per secoli e tuttora accade non debba mai più verificarsi in futuro. Il museo espone, su due piani, una sessantina di macchine di tormenti. Pezzi rari che risalgono al XVI, XVII e XVIII secolo e ricostruzione del tardo Ottocento e dei primi anni del Novecento. Banchi con rulli chiodati, cucchiai per strappare gli occhi, cavalletti schiaccia testicoli, gabbie della morte, il cavalletto del ratto, scala di stiramento, culla di Giuda sono solo alcuni degli oggetti che il visitatore può contemplare nel suo viaggio dell'orrore. «La tortura ricorda Mattera, ischitano che vive al Castello Aragonese e ha dedicato molti anni della sua vita a mettere insieme un così vasto repertorio di strumenti era finalizzata all'epoca, proprio come adesso, a prolungare i tormenti senza ammazzare subito il prigioniero. Obiettivo era strappare una confessione e per questo era previsto che, dopo ogni seduta di supplizi, al malcapitato fosse concessa una tregua di ore o di giorni. Poi si ricominciava».