Perché è preoccupato per la Fiera? «È la preoccupazione che sia venuto meno quel ruolo di regista che la politica milanese ha sempre saputo fare senza impicciarsi di tutto, perché parte di un'anima riformista che attraversa tutte le culture politiche, nella sinistra e nella destra. È insomma la preoccupazione che la politica non sia più capace di coinvolgere e sfruttare ogni risorsa, mettendo attorno a un tavolo tutti i soggetti e progettando, non dico un futuro, ma una gestione delle varie voci - culturali come la Scala e il Piccolo; economiche come, appunto, la Fiera; infrastrutturali come Malpensa -, per fame volani di sviluppo continuo della città. In modo che l'impresa della Scala non finisca il 7 dicembre quando si fa l'inaugurazione, ma lì cominci invece il bello, e che l'Arcimboldi, a sua volta, faccia il volano di quell'area». L'Arcimboldi e le periferie. I salotti milanesi ne desiderano lo sviluppo, ma sembrano poco disposti a frequentarle. È sempre lei che lo scrive. «Sì, esprimo un giudizio ironico, affettuoso, però abbastanza critico nei confronti di certi atteggiamenti della società milanese. Mi pare infatti ci sia una contraddizione nei comportamenti rispetto alle dichiarazoni, e una pericolosa sottovalutazione di ciò che si è fatto e di ciò che si potrebbe fare tutti insieme». Perché mai una pericolosa, questa sottovalutazione? «Perché vedo un sentimento fortemente antipolitico, molto grave, che non può non preoccupare. Anche a sinistra c'è qualunquismo nei confronti delle istituzioni e della politica. Si può essere o no d'accordo con una giunta, un sindaco, un presidente del consiglio, però quando si parla di cose della città bisogna trovare la forza di individuare i punti sui quali, se non andare d'accordo per forza, almeno lavorare insieme. Quando vado a Roma, sento parlar male del sindaco, dei trasporti, del traffico, però non sento mai parlar male di Roma! I milanesi, invece, parlano male di Milano. Questo è il sentimento che bisogna cercare di rompere, recuperando il grande amore per la città che una volta era sotto gli occhi di tutti». Gli istituti di cultura presenti a Milano tagliano programmi e finanziamenti. Ultimo, il Centro culturale svizzero, la cui programmazione viene in gran parte "richiamata" dall'istituto di Roma. Per la città, un altro tipo di impoverimento. «Assolutamente. Com'è ovvio, non posso infilarmi in questioni regolate addirittura da altri governi, ma certo esiste una sottovalutazione della realtà culturale milanese rispetto ad altre città. In questi anni ho cercato di collaborare il più possibile con questi istituti. Se la loro è una questione di soldi, pazienza. Se però è una questione di scelta, allora sarei più preoccupato e più in disaccordo, nel senso che non si può operare nel nostro Paese senza tener conto che c'è un centro politico molto forte, Roma, e un centro cultural-economico altrettanto forte, Milano. Se si confondono e si unificano questi due poli, si impoverisce anche la prospettiva nella quale agisce un centro culturale straniero: si rischia di non capire il Paese in cui si cerca di far cultura».
Bisogna che i milanesi tornino ad amare la loro città
La politica milanese è preoccupata per la Fiera, che potrebbe essere un'opportunità per coinvolgere tutti i soggetti e progettare un futuro per la città. Tuttavia, la politica sembra avere un ruolo di regista che è venuto meno, e ciò potrebbe portare a una sottovalutazione della realtà culturale milanese. La città ha bisogno di un grande amore per se stessa, e la politica dovrebbe lavorare insieme con tutti i soggetti per recuperare questo sentimento. Gli istituti di cultura presenti a Milano tagliano programmi e finanziamenti, e ciò potrebbe portare a un impoverimento culturale.
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