Un libro per spiegare che cos'è la trincea quando se ne è usciti. Salvatore Carrubba è tornato al suo mestiere di giornalista per raccontare in cento pagine di «riflessioni senza pregiudizi» l'annaspante Milano di questi ultimi tempi. Che cosa fa nell'Oscar, parlando d'una "Post-Milano"? «In tono abbastanza leggero e sdrammatizzante, ho voluto dare alcuni spunti che non rientrano nel dibattito politico vero e proprio, ma che la città sente e magari non capisce». Le comunicarono la sua nomina ad assessore alla Cultura con una «telefonata burocratica e leggermente annoiata di una qualche segretaria». E scoprì quella «indifferenza per il decoro» nella vita amministrativa della città che poi l'avrebbe sempre un po' infastidita. Come intendere questo decoro? «Parlo di decoro, parola forse un po' desueta, per sottolineare l'esigenza di recuperare un senso di attaccamento e di appartenenza alla città ma anche di rispetto delle istituzioni». Un rispetto perduto? «Diciamo che si è appannato, e questo ha trascinato con sé il sentimento complessivo dei milanesi per la città. Non c'è più, per esempio, quella diffusa carica di simpatia per i vigili urbani. Mi ricordo che da bambino, quando vedevo un vigile era come se incontrassi un corazziere. Questo calo di rispetto per la forma, che si dovrebbe rispecchiare per esempio nel modo di guardare alla polizia e alla disciplina della strada, denota un rilassamento del legame dei milanesi con la città». Quindi, anche il legame con lo spazio pubblico, i monumenti... «Sì. certo: con la parte visibile e tangibile di Milano. Non capisco in proposito perché questa sia ormai l'unica città europea, parlando di grandi metropoli, dove rimane il fenomeno dei graffiti, senza che abbia alcun significato artistico se non quello d'una ventata ribellistica, priva di agganci con la realtà continentale o mondiale». Lei racconta di essere sempre colpito, visitando i musei di altri Paesi, dall'estrema cura dei musei. Un'attenzione lontana da quella un tempo riscontrabile nelle nostre gallerie. «Questo sottolinea un'evoluzione nel consumo di cultura negli ultimi anni, di pari passo con fenomeni negativi quale la riduzione della cultura a puro evento. Lo sforzo è stato di fare dello spazio della cultura un luogo nel quale si trasmetta immediatamente un'emozione, in modo da rompere quella immagine tradizionale che lo vede noioso, vecchio e polveroso. Bisogna invece trasmettere impressioni di gioia e far intendere ai visitatori di essere entrati a far parte di un processo che continua tutto l'anno. Non è quindi, solamente, una questione di pulizia, ma di attivazione d'un processo di produzione di cultura». Stando però all'ultimo rapporto del Tourìng Club, i musei milanesi non se la cavano bene: sono poco frequentati. «Mi pare che il consumo culturale stia diminuendo un po' in ogni città. Ora non so come sia stato fatto il confronto, ma certo ci sono realtà che mi hanno sempre stupito. Quella di Brera, per esempio, è una Pinacoteca da I milione di visitatori, non dai duecentomila che fa. Il Castello Sforzesco, però, si difende molto bene, e così il Museo di Storia Naturale. I piccoli musei potrebbero certamente fare molto di più». Nel suo libro lei ricorda la grande impresa cantieristica della Scala, ma anche la «crisi drammatica che in poche ore cancellava la buona stampa che Milano aveva saputo guadagnarsi il 7 dicembre 2004», culminata nell'abbandono di Riccardo Muti. Che cos'è questo fare le cose per poi lasciarle sfiorire? «Il timore è proprio questo: che noi siamo capaci di fare grandi cose, ma non sappiamo gestirle. A questo proposito, non nascondo di essere molto preoccupato per la Fiera. Noi qui abbiamo davvero fatto una enorme impresa, non meno importante della Scala - nel caso, il Comune non c'entra nulla: sono stati bravi loro, tanto di cappello -, però adesso questa Fiera bisogna riempirla. Per Milano, avere la più grande struttura fieristica del mondo è una risorsa che dev'essere gestita da tutti i punti di vista, anche quello turistico-culturale, perché è ovvio pensare che tutta la gente che verrà la si potrà anche portare nei musei».