Alessandro Viesti ha 36 anni, è di Taranto. Lui, Carolina Megale e Giorgio Baratti sono i tre archeologi che hanno condotto (anche) gli ultimi scavi di Baratti. Viesti è venuto in redazione dopo le ultime polemiche innescate da un comunicato di Cambiaverso, con cui l'associazione chiedeva di fermare gli scavi lungo la spiaggia in modo da non pregiudicare la tenuta della falesia. Con Viesti c'è Helga Mariorana, venticinquenne empolese. Lei è quella che ha recuperato la famosa tomba dei bambini, ma anche il cassone del Ficaccio, altro reperto che la scorsa estate scatenò un'ondata di polemiche per la collocazione prevista ai Villini. Oggi non si parla di location ma di scavi condotti in modo non ortodosso, secondo i sostenitori della posizione di Cambiaverso. «Mi hanno accusato di aver lasciato la falesia come Beirut» dice Viesti. E invece? «E invece qualcuno non sa di cosa stiamo parlando. Noi eravamo lì proprio per l'emergenza alluvione del 28 ottobre. Giorgio (Baratti) è stato tra i primi a intervenire dirottando i suoi ragazzi proprio sulla spiaggia. Carolina (Megale) ha fatto un ottimo lavoro lungo le mura di cinta di Populonia, delle quali peraltro non conoscevamo l'esistenza. E le mura non le abbiamo scavate noi, ci ha pensato il nubifragio». Insomma, il lato positivo del nubifragio. «Non si dovrebbe dire, ma sì. E soprattutto ha formato un meraviglioso gruppo di lavoro». E la spiaggia? «Ripeto, siamo partiti per bonificare quell'area da eventuali presenze archeologiche proprio perché doveva essere ripristinata la falesia. Anzi, dovrà essere ripristinata. Subito dopo Pasqua. E' tutto previsto. Poi abbiamo trovato qualcosa come 18 sepolture e tantissimi reperti». Lei sta parlando del post alluvione. Ma le polemiche riguardavano anche scavi precedenti. «Scavi scientifici sulla spiaggia non se ne fanno da 20 anni - interviene Maiorana - gli unici sono stati questi e il famoso cassone al Ficaccio: fino a qualche anno fa se ne vedeva un pezzettino, a fine agosto era esposta quasi tutta la fiancata». «Se lo avessimo lasciato lì, il 28 ottobre lo avremmo ritrovato in mare - riprende Viesti - Guardate che la Sovrintendenza ha precise responsabilità: se un reperto è in pericolo bisogna asportarlo». Torniamo al post alluvione. «Quando siamo arrivati l'acqua aveva già mangiato la costa. C'erano tamerici divelte e morte. Anche se alcuni hanno detto che le abbiamo tagliate noi... Il nostro compito era spostare quelle e il poco terreno rimasto, ripulire e controllare che non ci fossero reperti. Il ministero dei Beni culturali aveva stanziato, nel giro di tre giorni, 150mila euro per l'emergenza. E una ditta di Firenze, la Ragionieri restauri, aveva vinto l'appalto. Noi abbiamo finito lunedì scorso, ora interverrà la ditta. Credo che dopo Pasqua tutto sarà ripristinato». Quelle buche quindi verranno coperte. «Certo. E quelle buche non sono state fatte così, tanto per fare. Io ho scavato una necropoli ad incinerazione, sono pozzetti che contengono vasi all'interno dei quali venivano messe le ossa del morto». «Gli etruschi facevano una buca - spiega Mariorana - la rivestivano con lastre di alberese, quindi vi sistemavano l'urna con le ceneri. A volte anche il corredo. Infine tappavano con un'altra lastra di alberese. In questi casi si invidua il taglio della tomba, si scava tutto intorno e si recupera il cinerario». «Così deve avvenire - riprende Viesti - E abbiamo lavorato in una situazione da delirio, sopra una falda sorgiva di acqua dolce che proviene dalla collina, quindi non canalizzata. Finché eravamo in fase etrusca, quindi settimo secolo avanti Cristo, eravamo nel terreno marrone. Quando siamo arrivati allo strato sabbioso ci siamo trovati nell'acqua. L'ultimo pozzetto che abbiamo scavato, il più alto, era già allagato. Siamo stati costretti, insieme ai custodi che ringrazio, a fare i canaletti per farla defluire. Sono quelle trincee che ora fanno tanto discutere. Abbiamo scavato anche contro il tempo. Una notte ci siamo ritrovati a scavare nell'acqua e ringrazio Stefano Bagnoli di Venturina, intervenuto con il suo gruppo elettrogeno»». Il valore di queste scoperte? «Inestimabile. Ho riempito due depositi. Ci sono reperti fantastici. Penso a una fibula a disco, trovata in uno dei pozzetti, uguale a quella recuperata nella tomba dei bambini, del nono secolo a.C. E' stata già restaurata. Gli stessi corredi della tomba dei bambini: quattro fibule in bronzo, di cui una con campanelle in argento e una in avorio, una cotta in maglia di bronzo, due fermatreccioli, una collana in ambra. Tutti già inviati al centro restauro a Pisa. Ci sarà una mostra temporanea, poi tutto tornerà al museo di Piombino in base a un accordo tra Parchi, Sovrintendenza e Comune». Come avete vissuto queste polemiche? «Male. Ma sono sereno perché ho percepito l'entusiasmo della gente venuta sul cantiere».
TOSCANA - la polemica di baratti
Alessandro Viesti, Carolina Megale e Giorgio Baratti hanno condotto gli ultimi scavi di Baratti, un sito archeologico in Toscana. I tre archeologi hanno lavorato insieme per scavare le aree interessate dall'emergenza alluvione del 28 ottobre. Durante i lavori, sono stati trovati 18 sepolture e molti reperti, tra cui una fibula a disco e corredi provenienti dalla tomba dei bambini. I reperti sono stati recuperati e inviati al centro restauro a Pisa. I sostenitori della posizione di Cambiaverso hanno accusato gli archeologi di aver lasciato la falesia come Beirut, ma Viesti spiega che il loro compito era quello di ripristinare la falesia e di scavare le aree interessate dall'emergenza.
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