"Credo sia presto per fare una valutazione. Chi si è insediato al vertice di musei come Brera o gli Uffizi ha bisogno di uno o due anni per far capire e percepire il cambiamento. Perché non stiamo parlando di interventi di maquillage, ma di cambiamenti strutturali. A cominciare da quello di mentalità ". Francesco Bonami, curatore di fama internazionale, al lavoro sulla programmazione futura del nuovo museo progettato da Renzo Piano a Hangzhou, in Cina, non si sbilancia. Ma riconosce che "i segnali che arrivano sono positivi: a Firenze, mi dicono, Eike Schmidt si sta dimostrando aperto a progetti extramuseali e a collaborazioni con altre realtà della città. E questo mi fa pensare che la mossa del ministero sia stata interessante". Quali sono i punti deboli dei nostri musei? "La mancanza di una programmazione che abbia più consistenza. In Italia c'è un'ossessione per i "blockbuster" che richiamano a colpo sicuro grandi numeri, soprattutto nel campo dell'arte contemporanea. Invece, ci vorrebbero mostre meno scoppiettanti, ma che contribuiscano a creare il Dna di un'istituzione, in modo da darle credibilità all'estero". Manchiamo davvero di credibilità? "Non riusciamo a essere interlocutori di riferimento a livello internazionale. Ma questo è dovuto anche alla burocrazia e ai cambi di rotta - o alle situazioni di stasi a volte eccessive - nelle direzioni dei musei". Quella dei super direttori è quindi una missione ardua? "Sì, ma il vantaggio è che le realtà che dirigono erano così sottoutilizzate prima, rispetto alle potenzialità, da rendere semplice un miglioramento". Cosa ha comportato, finora, il fatto di non avere "un sistema museale forte"? "Il fatto, ad esempio, che molti dei nostri artisti in passato siano stati sottovalutati. Anche per questo, uno dei miei impegni è quello di promuovere l'arte italiana ad alti livelli nel mondo". Quali altri differenze nota lavorando all'estero? "Che nei nostri privati manca, purtroppo, quell'"egoismo civile" che altrove, penso agli Stati Uniti ad esempio, li porta a donare e a investire nelle istituzioni culturali per orgoglio personale, per dare lustro alla città in cui vivono o lavorano".