Roma - OMBRE Piuttosto che fare chiarezza la sentenza del Tar del Lazio sulla «questione » Fip (fondo immobiliare pubblico) aumenta i coni d'ombra che gravano sull'operazione. Almeno stando alle anticipazioni filtrate ieri sulle agenzie di stampa. In 56 pagine la terza sezione del tribunale amministrativo - presieduta da Stefano Baccarini - respinge i ricorsi avanzati dai Civ di Inps, Inpdap e e Inail e dalle rappresentanze sindacali definendoli «infondati». Ma a leggere bene le tesi sostenute nelle motivazioni, le domande sollevate dai legali dei ricorrenti restano tutte in piedi. Come dire: i nodi non si sciolgono. La cosa lascia presagire un ricorso al Consiglio di stato, anche se i legali delle parti non si sono ancora sbilanciati. Lo faranno solo dopo aver letto attentamente la sentenza, nei primi giorni della prossima settimana. Le anticipazioni riportano alcune parti delle motivazioni che riguardano l'«accusa» da parte dei ricorrenti dell'assenza di sopralluoghi sugli immobili scelti, sulla mancanza di un soggetto indipendente nella fase di valutazione e sull'onere aggiuntivo che viene a gravare sugli enti (ex proprietari) costretti a pagare canoni d'affitto. Sui primi due punti i giudici asseriscono che «l'attività di misurazione degli immobili sono state affidate alla società specializzata Ipi - si legge nel provvedimento - le cui risultanze sono state fatte proprie dalla società incaricata dal gestore del Fip e che sono state fatte oggetto di un parere di congruità emanato dall'agenzia del territorio». «Prima di tutto i tempi del sopralluogo sono stati strettissimi - ribatte GuidoAbbadessa, presidente del Civ Inpdap - E poi quella società è stata scelta dal gestore del fondo, dunque dall'acquirente. Questo si chiama conflitto di interessi. È vero che la legge prevede questo iter per i fondi privati.Main quel caso il venditore è libero di scegliere a quale fondo conferire gli immobili: in questo caso invece il fondo è obbligatorio ». Ancora più incomprensibile la «replica » dei giudici amministrativi all'appunto sul canone, un capitolo che apre inquetanti incognite sugli oneri finanziari sia dello Stato che degli stessi enti. «Il livello dei canoni di locazione di mercato è del tutto irrilevante per gli enti previdenziali - scrivono i magistrati - in quanto nel loro caso i decreti hanno previsto l'addebito di un canone agevolato e l'assunzione a carico dello Stato tra questo e il corrispondente livello di mercato». Insomma, la differenza tra il canone agevolato (a carico degli enti) e un canone di mercato (previsto in crescita) è addebitata allo Stato (un vero affare per la Repubblica). «Ma a questo punto il Tar deve dire qual è la copertura di questa nuova uscita per le casse pubbliche - continua Abbadessa - Nei documenti non se ne vede traccia». Anche sull'affitto «agevolato» le conclusioni del Tar appaiono poco stringenti dal punto di vista logico. «Non sarebbe un danno perché agevolato? - si chiede Franco Lotito dell'Inps - L'unica cosa che so è che prima gli enti non pagavano nulla, mentre oggi l'Inps deve pagare 52 milioni l'anno. Come si chiama questo?». Ma la beffa del capitolo affitti non finisce qui.Dopo aver scritto nei decreti che il canone sarebbe stato pagato solo in parte dagli enti, nel maggio scorso l'Economia ha inviato una lettera ai consigli d'amministrazione chiedendo di anticipare l'intera somma, che poi sarebbe stata restituita. Quando? Non si sa. Visti i tempi che corrono, sarà difficile che la prossima finanziaria preveda un nuovo capitolo di spesa. Ricapitolando: oggi gli enti pagano un affitto di mercato - non agevolato - per poter utilizzare uffici che fino al dicembre scorso erano di loro proprietà. Ma per il Tar il danno non esiste.