La fine di un'epoca lascia sempre dietro di sé tante testimonianze. Oggi quei capannoni abbandonati, dove un tempo risuonava il rumore dei macchinari e il vociare degli operai, sentono solo il suono del passaggio delle auto che arrivano a Oristano. Qualcuno li chiama, un po' romanticamente, esempi di archeologia industriale. Per altri, sono solo rovine, brutture di una città che magari rivendica un futuro in cui il decoro urbano la attraversi. Ex Caldersarda. Via Cagliari, angolo via Messina. Ma il terreno di proprietà di quella che un tempo fu la Caldersarda, una realtà produttiva importante per Oristano, si estende per diverse decine di metri, ben oltre quelli che sono occupati ancora oggi dalle mura dello stabilimento. L'azienda, che ha chiuso i battenti da oltre vent'anni, produceva cisterne e grandi contenitori in cemento, prima che il piccolo sogno industriale oristanese andasse lentamente scemando. Di quell'utopia restano oggi i segni del lavoro che fu, come se l'orologio si fosse fermato nel momento in cui arrivò la serrata definitiva. La fabbrica abbandonata. La pietra tombale sulla fabbrica ha però lasciato un'eredità su Oristano che, come cartolina d'ingresso per chi arriva in via Cagliari da Santa Giusta, regala un angolo di completo abbandono. Dovrebbe essere un terreno inaccessibile, ma la rete di recinzione completamente arrugginita ha le sue falle. Il campo che dà su via Messina con la sua erba e fiorito nonostante la stagione invernale è un ingresso che stona col resto. Quel che invece si vede in auto da via Cagliari è una struttura in rovina, dove i segni dell'abbandono vincono. Archeologia post industriale. Il resto lo raccontano proprio quelle pareti e ciò che le circonda e le mette al riparo dalla pioggia. Il tanto temuto e presente amianto occupa solo un piccolissimo spazio di questa cartolina del secolo scorso, quadretto da era post industriale che il tempo non ha cancellato. Al di fuori di quello che un tempo era il corpo della fabbrica restano mattoni, manufatti in cemento, travi di ferro o di metallo, tubi, impalcature ormai consunte dagli anni che, implacabili, trascorrono. È qualcosa di non molto distante dall'immagine di una piccola discarica. Dentro la fabbrica. L'interno sembra blindato. I lucchetti impediscono l'accesso, non altrettanto vale per la vista grazie alle vetrate rotte. Dentro c'è un mondo perduto. Macchinari fermi, attrezzi da lavoro, persino i bagni utilizzati dagli operai nel momento in cui terminavano il loro turno. Ci sono addirittura dei tavoli e dei frigoriferi. E poi qualcosa che non può non destare curiosità: tante buste ammassate come se dovessero essere portate via già domani. Invece sono lì da anni, immobili, senza nessuno che sappia rispondere alla domanda su che cosa contengano. L'amianto. Il pericolo amianto è alquanto circoscritto, ma, come ormai si sa, i rischi non derivano esclusivamente dalla quantità del materiale che ha mietuto vittime e malati in tutta la provincia. Il tetto di un locale, probabilmente di quello che ospitava gli uffici, è in eternit esposto al pari di tante altre costruzioni private o pubbliche oristanesi. In via Olbia, per i locali ex Isola, la procura è intervenuta, ma qui si tratta di una struttura privata per cui lo smaltimento segue altre strade. Rifiuti da smaltire. In ogni caso il problema rifiuti resta. Sia all'esterno che all'interno i dubbi non possono non venire. Anche per il materiale in cemento, le procedure sono particolari e la domanda su cosa contengano i numerosi sacchi accatastati all'interno del vecchio stabilimento rimane nell'aria. Appena cinque anni fa, rifiuti classificati come speciali ma non pericolosi provenienti dal cantiere dell'ex Caldersarda erano stati rinvenuti sottoterra durante un controllo della Guardia Forestale che stava effettuando verifiche sullo smaltimento. Saranno passati troppi anni dalla chiusura per trovare qualcuno che possa ancora oggi dare delle risposte?