LA "lista di Rotondi", è un lungo elenco. Sono 10.000 beni culturali, messi in salvo, a rischio della vita e sfidando i nazisti, da Pasquale Rotondi, storico d'arte, Sovrintendente delle Marche e, nel dopoguerra, di Genova. A lui arriva l'ordine, di provare a sottrarre alla razzia tedesca una parte del nostro patrimonio culturale, da Piero della Francesca a Tiziano, da Caravaggio al Giorgione. Un ordine che la Repubblica di Salò rinnega. Manon Pasquale Rotondi. Con l'aiuto di un furgoncino, di un fidato autista e del Vaticano, riesce in una straordinaria impresa. Descritta in una serie di diari da cui è stato tratto il film "Operazione Salvataggio", girato tra il 1989 e il 1990, poco prima che morisse. Sempre lui, poco tempo fa, è stato il protagonista di una puntata, in tv, della serie "La storia siamo noi". Una delle sue due figlie, Giovanna Rotondi Terminiello, è stata a lungo Sovrintendente dei Beni Artistici a Genova. Adesso offre del padre un ritratto molto privato, per alcuni aspetti inedito. A partire dai diari. Pasquale Rotondi, ne fece sette copie con la macchina da scrivere, una per ogni nipote. Infondo aggiunse quelle che definì le "falene autobiografiche", appunti della sua fanciullezza. E una dedica: « Ricordate sempre il nonno Pasquale». Lo racconta oggi la figlia Giovanna, l'altra, Paola, la maggiore, vive a Roma. I diari, Pasquale Rotondi, li batte a macchina, quando sa di avere un tumore: glielo trovano a Genova. La malattia non lo spaventa. Alla figlia Giovanna, turbata dal responso dei medici, il professor Rotondi dice: «Siamo stati allegri tutta la vita, voglio che lo siamo anche adesso. L'unica cosa certa, per tutti, è la morte, adesso so come morirò, ammesso che morirò così». Quasi una premonizione, perché, in realtà, morirà travolto da una moto, due anni più tardi, nel 1991, mentre andava a occuparsi del restauro della Cappella Sistina, come consulente del Vaticano. Aveva 81 anni. Professoressa Terminiello, pensa a suo padre e che cosa le viene alla mente? «La tenerezza. Mio padre era un uomo molto tenero. Vedo lui e la mamma, noi dicevamo che erano come le due metà di una mela. Mamma era bellissima, molto elegante, di gran portamento, papa non era molto alto, ma aveva un fascino tutto suo, che colpiva anche le giovani allieve. Eppure restò fedele tutta la vita. E poi c'è questo grande amore verso di noi, sempre, in ogni momento» Suo padre uomo pubblico, Sovrintendente delle Marche, poi a Genova, direttore a Roma dell'Istituto nazionale del Restauro, docente universitario, era molto diverso? «Aveva una marcia in più, non voglio farlo passare per santo, non lo è mai stato, ma aveva una profonda cultura e rispetto per l'umanità. E il carisma del maestro con gli allievi. Un maestro che sapeva ascoltare e, anche, al momento giusto, far rilevare il suo ruolo. Era un uomo di fede profonda, mai bigotto». Condividerlo con così tanta gente, con i suoi impegni, con gli studi, non vi è pesato? «No, perché papa è sempre stato presente nella nostra vita familiare. Lui fu uno dei protagonisti del recupero delle opere d'arte, dopo l'alluvione di Firenze, eppure lasciò tutto per un giorno per venire alla nascita di mia figlia». Lei assomiglia a suo padre? «Il sapersi mettere in contatto con l'umanità è tutto di mia sorella, anche lei laureata in storia dell'arte. Paola, coni suoi molti talenti, sottoponeva i suoi scritti al giudizio di papa, io non l'ho mai fatto, li vedeva stampati». Però, a diventare Sovrintendente è stata lei? «E ho deciso, agli inizi, di farmi chiamare con il cognome di mio marito, per essere giudicata per quello che ero e non come figlia di Pasquale Rotondi. Ho aggiunto il mio cognome da nubile, solo quando capitò un piccolo, buffo, episodio. Un amico a Roma, incontrando papà gli disse: sai a Genova c'è un nuovo sovrintendente, bravo. E chi è? Terminiello. Allora riunii i due cognomi». Quante opere d'arte ha salvato suo padre? «Circa 10 mila: 6 mila dipinti e sculture e 4000 beni librari e archivistici». Voi bambine come vivevate quelle avventure? «Stavamo a Urbino, lo vedevamo rientrare la notte, la mamma non cihamai comunicato ansia, si mostrava tranquilla. Quando papà arrivava, suonava più volte il campanello e faceva un fischio particolare, la mamma mandava avanti noi ragazze. C'era un momento, stupendo, nella nostra vita di allora. All'alba, a Urbino in guerra, mio padre e mia madre impastavano il pane, grosse forme, che dovevano durare una settimana. E poi facevano la vita di sempre, con gli amici, con i professori che erano arrivati alla Libera Università di Urbino. Io giocavo con il professor Aiuti, l'immunologo». Pasquale Rotondi, nato nel 1909 a Arpino, in provincia di Frosinone, si laurea a Roma con una tesi su Pietro Bernini, entra a far parte di un gruppo di studiosi, la scuola "romana" con Giulio Carlo Argan, suo grande amico, Carlo Ludovico Ragghianti, Cesare Gnudi. Nel 1939 viene nominato sovrintendente della Galleria Nazionale delle Marche, a Urbino. Riceve l'incarico di organizzare rifugi per proteggere il Tesoro della Basilica e dell'Accademia di Venezia, la collezione di Brera e di tutti i capolavori del palazzo Ducale di Urbino. Si trova per le mani opere di Raffaello, Piero della Francesca, Tiziano, Caravaggio, Giorgione. Prima le nasconde nella rocca di Sassocorvaro e nella villa dei principi di Carpegna a Carpegna, poi, quando la Repubblica di Salò ordina di consegnare tutto ai nazisti, lui disobbedisce. Si mette d'accordo con il Sovrintendente di Roma, riesce a far ospitare in Vaticano non solo il patrimonio pontificio, ma tutto il resto. Incominciala su impresa fatta di viaggi tra Urbino e Roma, cercando e riuscendo a ingannare i tedeschi. La storia della "Tempesta" del Giorgione, nascosta sotto il letto? «A Carpegna, mio padre salvò i dipinti togliendo le etichette alle casse e mostrando ai nazisti solo una cassa piena di spartiti di Rossini. Poi corse a Sassocorvaro e prese i quadri più piccoli per trasferirli al palazzo ducale di Urbino. Mia madre, quella notte, aspettò la sua auto fuori Urbino per avvertirlo che i tedeschi stavano facendo perquisizioni. Noi eravamo in villeggiatura, poco distante, a Villa Tortorina, papa decise di mettere tutto a casa, per aspettare i due o tre giorni necessari per far andar via i tedeschi. Nascose il Giorgione sotto il letto. Noi bambine non sapevamo nulla, ci stupimmo solo che mamma si fosse ammalata all'improvviso e non lasciasse mai la camera da letto. Per lei e papa fu un momento anche di gioia, il poter guardare, tenere tra le mani, quel capolavoro». Dopo la guerra, nel 1949, Pasquale Rotondi si trasferisce a Genova, insegna al magistero e al Vittorino da Feltre, all'Arecco. Una vita del tutto diversa, quella genovese? «Sì, a incominciare dai soldi. A Genova era tutto più caro, riprese ainsegnare anchemamma. Tragli allievi di papa nei licei c'erano Titti Oliva, Stefano Zara, e Beppe Pe-ricu. Non avevamo soldi per andare al cinema, papa ci portava in porto a veder partire le navi. E Genova, prima del film, dedicò a lui i giardini di Santa Maria in Passione» Pasquale Rotondi e Giulio Carlo Argan, un'amicizia lunga una vita? « Per papa l'amicizia era sacra. Nell'agenda che c'è in ogni casa, spesso vicino al telefono, all'inizio di ogni anno, scriveva ogni circostanza della famiglia o degli amici, da ricordare. Argan fu quasi commovente, quando papà morì. Sull'agenda, mio padre aveva segnato di fargli gli auguri il 31 dicembre, perché Argan era laico, e di ripeterli per il nuovo anno, il 1 gennaio. Papa era in coma quel giorno, io, dopo molte esitazioni, telefonai a Argan. Si mise a piangere, non era un fatto comune. E il 2 gennaio, quando mio padre morì, mi disse: "è morta la persona più buona incontrata nella mia vita"»