Storica dell'arte, soprintendente dell'Opificio delle Pietre Dure dal 2000 e soprintendente dal 2006 al 2014 del Polo Museale Fiorentino, grande divulgatrice, oggi presidente dell'Accademia delle arti del disegno, Cristina Acidini ama e conosce la sua Firenze come pochi altri. E usa il suo «osservatorio privilegiato» per immaginare il domani della fruizione delle opere d'arte e dell'inestimabile patrimonio della città. Dottoressa Acidini, partiamo dal quadro di Botticelli conservato a Villa La Quiete, che lei conosce molto bene, e dalle polemiche recenti. «Non c'è nessuno "scandalo", né opere conservate in "scantinati polverosi"... C'è un'opera trascurata a lungo che nel secolo scorso è stata riscoperta, che è frutto dell'impegno di Botticelli e della sua bottega con l'intervento diretto del maestro nella composizione e in alcuni parti dipinte. Ed è vero, la conosco bene, perché sono fresca di uno studio che ho fatto per parlarne a Montevarchi, luogo in cui era conservata in origine». Chi commissionò un olio su tavola così grande, quasi tre metri per due, e perché a Montevarchi? «L'incoronazione della Vergine, oggetto dell'opera, era ricorrente nella iconografia del tempo. Sul committente non ci sono certezze, ma data la presenza in primo piano di San Ludovico, che era legato agli Angiò e alla Francia, e di Santa Caterina, ho ipotizzato che l'opera sia stata commissionata a Botticelli dai Medici, cui l'artista era legato. E precisamente da Giovanni di Pier Francesco Medici, cugino del Magnifico, che era sposato con Caterina Sforza e che ebbe un unico figlio, Ludovico Medici, poi famoso come Giovanni dalle Bande Nere. Nella diocesi di Firenze l'unica chiesa dedicata a San Ludovico, oggi San Francesco, era proprio a Montevarchi. Poi con le soppressioni napoleoniche l'opera approdò a San Jacopo di Ripoli, a Firenze in via della Scala, e nel 1886 alle Montalve alla Quiete, dove è rimasta». Montevarchi adesso richiede la tavola. «Se si mettono in discussione le attuali collocazioni delle opere si sa dove si inizia ma non dove si finisce. Si creerebbe uno scompiglio senza fine, come quello che con le soppressioni portò tante opere agli Uffizi e alla Accademia. Oltre a creare precedenti pericolosi, come teme il Quirinale se lasciasse a Firenze i dieci arazzi medicei». Come valorizzare l'opera allora? «Esponendola, come è nel progetto di Ateneo e Regione, assieme alle altre negli appartamenti della Elettrice Palatina. Una sistemazione adeguata cui si aggiunge il giardino, l'unico mediceo non manomesso, dando così più motivi per la visita. Anche se servirà comunque una visita per piccoli gruppi e non per grandi numeri visti gli ambienti particolari, di grandissimo pregio, che ne fanno una vera casa museo». È possibile portarla altrove per le mostre? Si parla di Palazzo Vecchio per un evento temporaneo. «Vista la dimensione e la delicatezza, l'opera può essere spostata per una mostra ma solo a Firenze. Non può certo superare l'Oceano». Quante altre opere o luoghi da valorizzare ci sono a Firenze? «Non ci sono opere o capolavori nascosti, ma ci sono certo opere da valorizzare. Negli stessi Uffizi occorrerebbe farlo ad esempio con il Settecento fiorentino, che non è quello veneziano, ma è ricco di colori, freschezza e luci. Ci sono spazi da riattivare, com'è stato fatto col cucinone di Pitti e di Poggio a Caiano e si potrebbe fare con gli spazi sotto la Magliabechiana per gli Uffizi o col "Magazzino degli occhi" a Pitti». Nel Corridoio Vasariano vanno tolti i ritratti o secondo lei vanno lasciati? «Dell'ipotesi si parlava da tempo e, al di là dei problemi logistici per aprirlo di più al pubblico, se saranno tolti i ritratti occorre che una loro ampia selezione sia valorizzata all'interno della Galleria degli Uffizi. E c'è un altro aspetto che vorrei sottolineare». Quale? «Quando si parla di biglietto "caro" per visitare il Vasariano occorre sapere che questa è una scelta che al Polo museale fiorentino, che contava 27 musei, permetteva di finanziare i musei non redditizi. Di dare gambe, grazie ad Uffizi e Accademia che sono praticamente gli unici che fanno reddito, a tutto il sistema museale». Si possono rendere più fruibili le opere nei depositi? «Anche qui occorre andare oltre i luoghi comuni. I depositi non solo non nascondono capolavori ma sono una risorsa. Le opere non sono mai tutte esponibili, anche perché molte sono ripetitive o di valore minore. Ma queste opere si possono mandare all'estero, si possono fare operazioni come "Le città degli Uffizi" o i "Mai visti", valorizzandole appunto». Perché pochi visitano lo Stibbert o il museo di San Marco? Di chi è la responsabilità? «Il turista, prima di tutto, ha poco tempo e convincerlo a fare "deviazioni" non è semplice. In più si parla spesso di luoghi non facilmente raggiungibili; per le ville Medicee ad esempio con Li-Nea fu fatto un bus-navetta ma dopo pochi mesi fu interrotto perché non aveva utenti. È sempre positivo creare percorsi diversi, magari per un turismo di nicchia, più colto, col sostegno del volontariato, ma questi circuiti non saranno mai alternativi agli Uffizi o all'Accademia. Semmai circuiti ulteriori per ampliare l'offerta». Le Ville medicee hanno avuto il riconoscimento di patrimonio Unesco, ma non sembra cambiato molto. «Sarebbe bello sfruttare i riflettori accesi nel 2013, e che la Regione facesse presto a far diventare la Villa di Careggi, dove morì Lorenzo il Magnifico, il centro di un circuito delle Ville medicee e dei giardini, attivando così un percorso che avrebbe senza dubbio interesse». Ci sono musei sottovalutati anche dai fiorentini, non solo dai turisti? «Firenze ha il problema di tanti luoghi straordinari che si fanno concorrenza a vicenda, che si "annullano" quasi. Direi che il più sottovalutato è il Bargello, meriterebbe molti più visitatori ed è più amato dagli stranieri che dagli italiani». E un'opera assolutamente da riscoprire? «Lo splendido Mercurio volante di Giambologna al Bargello, assieme al Bacco ebbro del giovane Michelangelo sempre al Bargello. E alla Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti non mi stanco mai di riguardare La rotonda dei bagni Palmieri di Giovanni Fattori: ne vale la pena».
FIRENZE - I tesori da riscoprire sono tanti Partiamo dalla villa di Lorenzo
Cristina Acidini, storica dell'arte e presidente dell'Accademia delle arti del disegno, parla delle opere d'arte e del patrimonio di Firenze. Discute del quadro di Botticelli conservato a Villa La Quiete, che è stato trascurato a lungo, ma che ha un'importanza storica e artistica significativa. Acidini ipotizza che l'opera sia stata commissionata dai Medici, e che sia stata esposta in diverse chiese e palazzi di Firenze prima di arrivare al suo attuale luogo di conservazione. Discute anche della valorizzazione delle opere d'arte, suggerendo di esporle in luoghi come gli appartamenti della Elettrice Palatina e di creare percorsi diversi per il turismo.
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