L'INCONFONDIBILE "cascata di vetro" che illumina il salone della biglietteria. Le fontanelle, le scritte in bronzo, i marmi pregiati, l'orologio progettato da Nello Baroni. E le due vedute di Ottone Rosai al centro di quello che un tempo era il bar, e da pochi mesi ospita gli scaffali di una libreria. Dettagli preziosi, che sfuggono all'occhio di chi, trolley alla mano, si affretta lungo la galleria principale per raggiungere i binari, ma che contribuiscono a fare della stazione di Santa Maria Novella progettata fra il 1933 e il 1935 dal Gruppo Toscano guidato da Giovanni Michelucci non soltanto il capolavoro di razionalismo studiato da generazioni di architetti, ma anche uno dei simboli della città, al pari delle sue icone rinascimentali. Un'invasione di modernità «che sorprendentemente, nonostante la sua collocazione in pieno centro storico, fu subito molto amata dai fiorentini», spiega Mirella Branca, storica dell'arte per anni responsabile, prima per la soprintendenza ai Beni monumentali, poi per il Polo museale, della tutela del patrimonio novecentesco di Firenze, ospite questo pomeriggio allo Spazio A del ciclo di incontri "Contaminazioni", a cura di Riccardo Bruscagli, Laura Andreini e Marco Casamonti (l.no Cellini 13, ore 17.30). Tema al centro del programma di conferenze, quella "Firenze bipolare", in perenne contrasto fra tradizione e contemporaneità, identificata architettonicamente da un lato con la Biblioteca Nazionale e dall'altro proprio con la stazione, edifici radicalmente diversi inaugurati a poche ore di distanza, nell'ottobre 1935. «Con la stazione racconta Branca ho sempre avuto un legame molto stretto e quando fu sottoposta a vincolo, nel 1992, fui io a redigere la relazione». «Si tratta continua di un capolavoro che col passare degli anni è riuscito a mantenere il suo linguaggio identificativo, fatto di architettura, scultura, arredi, illuminazione. Tante, specialmente fra gli arredi, sono le cose andate perse prima del 1992, e che oggi è possibile ricostruire grazie a foto d'epoca: le panche della biglietteria, le sedie e i tavolini della sala d'aspetto di prima classe o del bar di terza. Ma molto è rimasto, a cominciare dalle fontanelle, gli orologi a scatto, i bellissimi lampadari disegnati da Scarpa. In generale, a contraddistinguere questa stazione è la relazione armonica fra l'architettura e gli altri elementi decorativi, che la rende un'opera compatta». Nonostante, fisiologicamente, continui a trasformarsi: «È normale che una stazione ferroviaria cambi mano a mano che cambiano il traffico e i linguaggi. Concordo sull'apertura di nuove attività, a cominciare dalla libreria, ma forse sarebbe stato meglio rispettare maggiormente la fisionomia degli ambienti. Servirebbe più attenzione alla valorizzazione di questo grande patrimonio».