Le appassionate dispute di questo inizio 2016 intorno a cloni, copie e rifacimenti, riguardanti in modo particolare la nostra città - mi riferisco al "clone" del dipinto di Caravaggio all'Oratorio di San Lorenzo e al dibattito intorno alla proposta di ricostruzione della distrutta basiliana Villa Deliella - sollecitano alcune considerazioni. Quando nel 1801 i francesi dovettero cedere ai vittoriosi inglesi, dopo la sconfitta di Napoleone, il loro cospicuo bottino della campagna d'Egitto (oggi esposto al British Museum), la celeberrima Stele di Rosetta (poi divenuta chiave interpretativa dei geroglifici) successivamente fu "clonata" per esporla in Francia e in Egitto. Molte celebri opere d'arte oggi sono sostituite da copie, al fine di preservarne gli originali conservando quest'ultimi nei musei: pensiamo alle Cariatidi dell'Eretteo dell'Acropoli di Atene e al Davide di Michelangelo a piazza della Signoria a Firenze. Ciò significa che milioni di visitatori si inebriano davanti a copie e spesso (ahimé) inconsapevolmente. Ora non riesco a comprendere chi urla il proprio dissenso davanti alla copia del dipinto di Caravaggio, rubato nell'ottobre del 1969, che ha ridato al magnifico interno dell'oratorio serpottiano quella completezza e armonia violate 47 anni fa. Una copia non potrà mai competere con un originale, d'accordo, ma da un punto di vista didattico e divulgativo meglio una copia perfetta che niente o peggio una brutta-copia. Si tratta di qualcosa che si potrà sempre togliere ma, anche se per ipotesi si dovesse ritrovare il capolavoro originario, forse sarebbe il caso di lasciare sul posto la copia e conservare l'originale in un più sicuro museo. In questi giorni ho sognato di rivedere il cinquecentesco Altare marmoreo di Antonello Gagini - che incorniciava il famoso dipinto dello Spasimo di Raffaello nella omonima chiesa palermitana e da me ritrovato nel 1986 - rimontato e completato con una "copia" del quadro, il cui originale è conservato al Museo del Prado di Madrid (l'opera fu a Palermo dal 1518 circa al 1661 quando fu portata in Spagna per volere di Filippo IV). Poiché non ritengo probabile che la Spagna ci riconsegni l'opera, troverei senza alcun dubbio opportuno far rivivere almeno la memoria visiva di ciò che ci fu sottratto, senza peraltro onorare all'epoca il previsto compenso. Andando indietro nel tempo a proposito di "furti eccellenti" nella nostra "felice" città, avrei un'altro desiderio: quello di vedere esposta al Palazzo reale di Palermo la copia del magnifico Mantello di Ruggero eseguito nel 1134 nel Tiraz (reali laboratori di tessuti pregiati) del palazzo normanno. Questo oggetto di inestimabile valore (le cui dimensioni sono di 345 centimetri per 146) fu sottratto alla Sicilia da Enrico VI di Svevia, padre di Federico II, ed è oggi conservato, con tutti gli onori, al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Perché non sottolineare, anche con la presenza di una copia perfetta, la provenienza di tale preziosissimo manufatto? Arriviamo adesso allo spinoso argomento relativo alla ricostruzione di Villa Deliella, raffinata opera liberty di Ernesto Basile del 1906, demolita nel 1959: esemplare misfatto ascrivibile al noto "sacco di Palermo". Anche in questo caso non mancano gli esempi di ricostruzioni com'era e dov'era in Italia e nel mondo e sempre con motivazioni diverse. Da interi centri storici, distrutti dalla guerra, alla Fenice di Venezia. A Palermo nell'immediato dopoguerra una ricostruzione lampo è stata quella del pilone nord di Porta Felice, sbriciolato dalle bombe, che ci consente di avere oggi nella sua interezza la magnifica cinquecentesca porta. Oggi a Palermo, in un accorato dibattito, per Villa Deliella si parla di falso storico, ma consideriamo, per favore, la nostra tormentata città: quale segnale più forte potrebbe avere il significato di "sconfitta" di quel potere politico perverso che, colluso con la mafia, ha fatto di Palermo il sinonimo di fatto di città irredimibile? Ogni intervento sul territorio è determinato e prodotto in relazione a molteplici aspetti che, infine, non possono sempre attenersi a rigide teorie precostituite. In questo caso prevarrebbe indubbiamente il valore etico, ma non sottovaluterei il risultato urbanistico di riconfigurazione di una piazza da decenni tristemente mortificata e squalificata da un'area, quella di pertinenza dell'ex villa, destinata a parcheggiolavaggio auto. Per non parlare del vicino, scandaloso episodio dell'Istituto delle Croci, anche questo incredibilmente occultato da assurde pubblicità da circa un decennio. Peraltro si tratta di uno dei capolavori del grande architetto del romanticismo italiano Giovan Battista Filippo Basile. Ebbene, sia nel caso del "rinato" Caravaggio che del dibattito intorno a Villa Deliella, inviterei tutti a riflettere, evitando posizioni preconcette, e ragionare insieme per risolvere i veri e più importanti problemi relativi alla ricostruzione della villa basiliana e cioè la fattibilità in termini economici, la stesura di un progetto "contemporaneo" da sottoporre alla collettività e la possibilità di trovare maestranze capaci di operare realizzando un'opera di qualità ineccepibile. A questo punto, per ricreare nel suo insieme la piazza Crispi, perché non rifare la bellissima originaria recinzione in ferro, disegnata da Ernesto Basile, che circondava il monumento a Francesco Crispi di Mario Rutelli (1905), di fronte Villa Deliella? Essa fu distrutta nell'ambito dell'operazione ferro alla patria. È chiaro che escluderei altre proposte di ricostruzione filologica. Mi viene in mente ad esempio nell'area della Cala, l'idea di creare un luogo per ricordare - attraverso la collocazione (da studiare) dei tanti resti lapidei ancora esistenti - la presenza della cinquecentesca Chiesa di Santa Maria di Piedigrotta, distrutta nel 1943. Ma questa è un'altra storia.
Natività e Villa Deliella se il falso risarcisce il tempo del saccheggio
L'autore discute le dispute relative a cloni, copie e rifacimenti di opere d'arte, in particolare a Palermo. Egli sostiene che molte opere d'arte sono sostituite da copie per preservare gli originali nei musei. Egli cita esempi come la Stele di Rosetta, le Cariatidi dell'Eretteo e il Davide di Michelangelo. L'autore si chiede perché le persone urlino dissenso davanti a una copia del dipinto di Caravaggio, rubato nel 1969, che ha restaurato l'interno dell'oratorio serpottiano. L'autore suggerisce che una copia perfetta sia più utile di un originale per la didattica e la divulgazione.
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