IL CASO DEPOSITATE LE MOTIVAZIONI DI CONDANNA DEGLI IMPUTATI «CONDANNATI per aver danneggiato un bene culturale e ambientale: un precedente per scongiurare altri scempi, con il Piano Casa della Regione»: Luca Guzzetti festeggia. É il presidente dell'Associazione Comitato Acquasola e ha davanti a sé le motivazioni della sentenza di condanna dei cinque imputati, arrivate ieri. Ad essere stato violato, ha deciso il giudice Giuseppe Dagnino, è stato il codice dei Beni culturali di Urbani, oltre al codice penale, articolo 645. Perché quel bene, «parco o giardino - la differenza è meramente terminologica e non sostanziale», scrive il giudice nella sentenza, è stato di fatto non tutelato, non protetto e neppure riqualificato, come invece molti degli attori in questione, ad esempio la Soprintendenza, avrebbe dovuto fare, come propria missione. Di fatto poco prima di Natale era arrivato l'esito del processo di primo grado, che ha coinvolto Maria Teresa Gambino, amministratore della società Sistema Parcheggi, i due soprintendenti Giorgio Rossini e Maurizio Galletti, condannati a sei mesi. E Rita Pizzone, funzionario della soprintendenza e Giorgio Gatti, funzionario del Comune a quattro mesi. Il Comitato Acquasola, con Legambiente e Italia Nostra si erano costituiti parte civile. «Una sentenza storica, sia per la capacità di resistenza dei cittadini nell'arrivare in fondo, sia per la motivazione: chi doveva occuparsene, non ha provveduto alla tutela e valorizzazione del paesaggio, e del bene storico, anzi, lo ha danneggiato - indica Guzzetti - ci sono voluti più di dodici anni per arrivare a questa sentenza, che dimostra che, se si va fino in fondo, chi pare intoccabile, alla fine, intoccabile non è». Un bene storico e ambientale, l'Acquasola che venne vincolato, con un vincolo generico nel 1934, «che non consiste in una deminutio della portata del vincolo medesimo, dimostra che la volontà era quella di sottoporre a tutela l'intera area», si legge nella sentenza. «Questo dispositivo sancisce una cosa importantissima - spiega Guzzetti - che anche se tutti i passaggi amministrativi sono stati compiuti come dovevano, non è sufficiente ad assolvere chi ha danneggiato un bene comune ». Aumento del traffico automobilistico, aumento dell'inquinamento (e delle polveri sottili) in prossimità del parco, aumento dell'utilizzo di mezzi privati in centro città, ma anche distruzione della flora arborea non perché bisognosa di cure e potature, ma perché ostacolava la realizzazione del parcheggio, con effetto di disomogeneità degli alberi: tutte queste motivazioni hanno fatto andare giù il pollice del giudice per il parcheggio. Un'opera che, emerge dalla sentenza, aveva quasi un carattere di necessità, per le amministrazioni: «Parafrasando in senso contrario una famosa frase contenuta nel romanzo "I promessi Sposi" il parcheggio era opera che si doveva fare a tutti i costi e tale volontà era in primo luogo delle diverse amministrazioni pubbliche (Comune di Genova, Provincia, Regione), succedutesi nel grande arco temporale (...) l'edificazione del parcheggio ha sempre rappresentato l'esigenza primaria, di fronte a cui tutela e conservazione del giardino sono sempre state subordinate».
Acquasola, il comitato fa festa "La sentenza ferma altri scempi"
Il Comitato Acquasola, con Legambiente e Italia Nostra, ha ottenuto una sentenza di condanna per cinque imputati che hanno danneggiato un bene culturale e ambientale, l'Acquasola, un parco o giardino. La sentenza, emessa dal giudice Giuseppe Dagnino, ha stabilito che il bene non era stato tutelato e valorizzato, ma danneggiato. La sentenza ha anche stabilito che l'amministrazione pubblica aveva la responsabilità di proteggere il bene, ma non aveva fatto nulla per farlo. Il Comitato Acquasola ha celebrato la sentenza, che considera una "sentenza storica" per la sua capacità di resistenza dei cittadini e per la motivazione.
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