Renato Corsini Architetto e fotografo C'è un grande affanno in questi giorni nel comunicare, con dati più o meno ufficiali, la quantità dell'affluenza dei visitatori alle mostre e alle iniziative di Bresciamusei. A leggere i quotidiani locali, a tener banco e a riempire gli articoli sono più i numeri, le percentuali, i paragoni e le comparazioni, le divisioni per categoria, le somme per settori e le moltiplicazioni per previsione che una valutazione sulla qualità di quanto ci viene offerto. Sembra che tutto si debba ridurre a calcoli talmente approfonditi sugli ingressi da ricordare più il lavoro, rispettosissimo, di un compilatore di bilanci aziendali piuttosto che l'analisi di un prodotto culturale. Non sono dell'idea che l'equazione «grandi numeri di biglietti staccati» uguale a «grande mostra» sia il metodo percorribile per affrontare un discorso sulla crescita di una città. L'indice di consenso non si misura in Siae, indagando sugli ingressi omaggio, ma con una seria riflessione su quello che abbiamo visto. Checco Zalone con il suo «Quo Vado» ha sicuramente sbancato il botteghino, stabilito record quasi assoluti di incassi, ci ha fatto ridere, forse riflettere, ma è ben lungi dall'avere creato un capolavoro cinematografico degno di entrare nella storia se non come fenomeno di nostrano costume. Ci sono autentiche opere d'arte che quasi quasi non entrano neppure nel circuito, snobbate dal grande pubblico per incompetenza, pigrizia, impreparazione o mancanza di appropriata comunicazione. Non mi interessa se l'apertura della Quarta Cella non ha prodotto le cifre auspicate, né mi interesserà più di tanto se all'agognata riapertura della Pinacoteca ci saranno chilometriche code di proseliti alla cultura con la "c" maiuscola. Sono comunque interventi che vanno fatti e che rimarranno; eccellenze che un giorno potrebbero permetterci, come ha forse prematuramente ma coraggiosamente tentato la nostra amministrazione, di farci entrare nell'elite delle capitali della cultura. Sono investimenti sul futuro e non necessariamente solo per lo sbandierato gruppo dei «nostri giovani». Dario Fo non si è sicuramente meritato un premio Nobel per le sue performance pittoriche ma la mostra di Chagall costituisce un coerente percorso di autoproduzione che si è deciso di intraprendere nel dopo-Goldin. Il mio amico Massimo Minini una volta ebbe a dire che i numeri delle grandi mostre non contano perché quando sono finite non lasciano traccia, «neppure le impronte digitali». Se Brescia Musei e la nostra amministrazione hanno fatto questa scelta lasciamogliela sperimentare e valutiamone i risultati con un certo lasso di tempo e senza l'assillo degli esami trimestrali. Si dice che gli italiani, davanti ad una partita di calcio, diventino tutti allenatori: i bresciani di fronte alla gestione del nostro patrimonio artistico diventano tutti sindaci, assessori alla cultura e curatori di mostre. Troppo facile, troppo semplice e poco serio. Ad ognuno il proprio ruolo, ai nostri concittadini quello di partecipare (per davvero) e di giudicare un evento senza che siano solo i numeri a determinarne la validità. D'altra parte Luigi Di Corato non è Checco Zalone. E per fortuna non è stato messo lì per quello.