«SE vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi»: è il motto del Gattopardo che viene in mente leggendo che in cima ai progetti dei nuovi superdirettori dei musei campani ci sono le eterne, intramontabili, immutabili Grandi Mostre. È almeno dalla metà degli anni Novanta che in Italia l'unico modo che abbiamo per rapportarci alle opere d'arte è spostarle: fu allora che il governo Dini (ministro per i Beni culturali Antonio Paolucci) inserì anche le mostre nelle attività dei musei che si potevano appaltare ai concessionari. E da allora Electa, Civita, Coopculture e molte altre imprese private hanno iniziato ad alimentare a proprio vantaggio quella fatale sindrome del traslocatore che ha travolto ogni istituzione con qualche responsabilità in materia culturale. Soprintendenze e musei, ministri e assessori, associazioni e enti locali si sono trasformati in grandi agenzie per viaggi di capolavori: fino a far scrivere, con un calembour riassuntivo quanto riuscito, che «il sonno delle regioni genera mostre». Si stima che ogni anno (e solo in Italia) vengano movimentati circa 15.000 pezzi archeologici e circa 10.000 opere d'arte dal Medioevo all'Ottocento: perché solo nell'ultimo anno per il quale esistono dati attendibili (2009) in Italia si sono inaugurate 225 mostre di arte antica, alle quali bisogna aggiungerne 365 di arte dell'Otto e del primo Novecento, 73 di archeologia e 96 di architettura. Questo fenomeno produce almeno tre grandi effetti negativi. Il primo è che usura pezzi unici delicatissimi: tutto si può spostare, ma ogni spostamento comporta rischi eccezionali e la certezza di un misurabile deperimento di ciò che si sposta. Il secondo è che drena risorse economiche e mentali verso la fabbrica degli eventi, sottraendole alla tutela e alla conoscenza del patrimonio monumentale. Il terzo è che cambia il nostro modo di conoscere il patrimonio culturale: quando chiedo ai miei studenti ventenni se hanno mai visto un Donatello a Napoli (è in una chiesa ad accesso gratuito, a pochi passi dall'aula), alza la mano il 5 dei presenti; quando chiedo chi ha visto una mostra di Van Gogh (a pagamento, e spesso con pochissimi veri Van Gogh), alza la mano l'80. Tutto questo assume a Napoli una gravità particolare. Perché qui il patrimonio stabile e monumentale è in condizioni drammatiche, spesso tragiche: come si fa a continuare a fare mostre a go go in una città in cui centinaia di chiese monumentali sono da anni accessibili sollo alla criminalità che le spoglia dei marmi e dei quadri? La principale responsabilità morale dei soprintendenti che si sono avvicendati negli ultimi decenni è proprio questo comportamento da Titanic (l'orchestra che suona sulla nave che affonda): e, vista a posteriori, appare (nel migliore dei casi) una pia illusione la retorica che giustificava le mostre come strumento per trovare soldi per i restauri. Oggi possiamo affermare che le mostre hanno giovato soprattutto a chi le ha fatte, mentre il corpo di Napoli continuava a morire. E, nonostante tutto, la retorica dell'evento continua a trionfare: come dimenticare l'ultima farsa, quella del Forum delle Culture con i suoi milioni sottratti al recupero del centro storico e gettati al vento? La riforma Franceschini ha di fatto tolto ogni speranza di cambiamento: perché separando nettamente i musei dal territorio, e cioè la valorizzazione dalla tutela, ha condannato i primi a trasformarsi in mostrifici, il secondo a non avere risorse. Ma la differenza potrebbero farla proprio i nuovi direttori. Sarebbe bello sentirsi dire che ogni centesimo verrà usato per la struttura dei musei: per la struttura materiale (dai restauri all'illuminazione ai condizionatori, dai tetti alle poltrone, dalle librerie ai ristoranti) e per quella culturale (i cataloghi, gli apparati didattici, i legami con le scuole e la ricerca, pochissime mostre di grande qualità scientifica e didattica). Sarebbe bello disintossicarsi dalla droga degli eventi, e pensare che riprenderemo ad amare e a conoscere i luoghi e gli oggetti tra i quali abbiamo la fortuna di vivere. Sarebbe bello smetterla con la retorica dell'eccezionale, e riprendere a governare la normalità. Sarebbe bello: troppo bello per essere vero?