Inizierà l'attività di bonifica a Porto Torres. Riguarda una minima parte del territorio dell'isola compromesso da vecchie e nuove manomissioni. Un esperimento. Servirà tenere alta l'attenzione per avere il massimo. Senza farsi illusioni: né lì, né altrove possiamo aspettarci che tutto torni a sicut erat. Abbiamo esperienza. Sappiamo che non si possono cancellare le lesioni prodotte dagli incendi e dai disboscamenti. Come non si potranno eliminare tutti i veleni sparsi dai primi insediamenti industriali (equamente distribuiti tra nord, centro, sud), e neppure smaltire le carcasse di generatori di energia (già obsoleti), o rimuovere i rifiuti abbandonati dappertutto. Dovremo farci carico di urbanizzazioni in danno di habitat speciali (chi non ha memoria della Sardegna prima, può dare un'occhiata alle coste inaccessibili dov'era sconveniente qualsiasi progetto). Politiche pubbliche sgangherate e l'anarchia di troppi ci hanno privato di luoghi e di momenti di felicità, del gusto pieno della vita si dice nello spot. E ci stiamo abituando al degrado. Perché agli scempi un po' alla volta non si fa più caso. E pure i paesaggi horror, i fanghi rossi a Portovesme o i pantani di cianuro a Furtei questi sì mozzafiato rischiano di diventare familiari grazie ai numerosi passaggi in tv. E si capisce la convenienza a sdrammatizzare, aiuta a convivere con il nonsenso senza deprimersi troppo. Fa male ammetterlo: dov'è più intenso il danno ambientale c'è un surplus di disoccupati e ci si ammala di più. Sfiga tremenda: nello stesso luogo tre tutele costituzionali paesaggio, lavoro, salute evaporate in qualche decennio. Fanno impressione i dati sull'inquinamento e l'allarme dei medici (di cui vorremmo sapere di più). Ma ci rassicurano la biodiversità resistente nei territori più spopolati, il Molentargius colorato di fenicotteri, i pesci indifferenti alle maree gialle. E così via. I servizi di Milena Gabanelli ci indignano, ma "Bell'Italia" ci consola con le immagini del Paese che piacciono ai turisti. Confidiamo sugli artisti per preservarci dallo sciame di brutture, ma potrebbe essere troppo tardi. Come avverte Salvatore Settis: «La bellezza non salverà il mondo se noi non salviamo la bellezza», correggendo la fiduciosa predizione «La bellezza salverà il mondo» affidata da Dostoevskij al principe Mykin. Dalla assuefazione alla rassegnazione. È questo il rischio. Temo la mia reazione distaccata quando attraverso le coste più sfigurate scogliere predilette trasformate in piedistalli di villaggi pretenziosi e centri storici contraffatti. È normale, mi dicono: fisiologico passati i cinquant'anni che venga meno la risposta a stimoli ripetuti tante volte. Passa qui il trionfo del partito del "sì a tutto", leadership incontrastata nel clima dell'avvilimento collettivo. L'assenza di futuro ha tramutato la rassegnazione popolare in adesione a qualsiasi proposta, pure contro la natura e gli interessi dell'isola. Nessuno filtro e una sovrabbondanza di guasti, inspiegabile con il basso numero di abitanti. Di scelte sconvenienti dovremo rendere conto ai ragazzi di oggi (quantomeno degli sprechi di questo mezzo secolo). E rischieremmo il ridicolo a fare finta di nulla, come il conte Mascetti di "Amici miei", impenitente scialacquatore. Nello sfondo l'avvertimento di illustri studiosi (gufi?) sul crac di territori usurati oltre una certa soglia. Meglio rinunciare a progetti insostenibili per conquistare qualche decimale di Pil. Per come siamo messi sarebbero inspiegabili e inaccettabili altri sì a centrali a carbone, inceneritori, discariche, e reiterati no alle aree protette. Non deve sentirsi solo chi, alle prese con questi temi, governa terre difficili. Il referendum sulle trivelle può essere un'occasione per parlarne.